Belgrado, parte 1

Mia madre voleva chiamarmi Belgrado.
Quando ancora ero poco più che un pensiero materializzato, i miei genitori si gingillavano con l’idea di darmi il nome di una città: Varsavia se femmina, Belgrado se maschio. Poi, ecco, mi hanno chiamata Emma.

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A Belgrado, grandi giardini si alternano a immense distese di dehor. Agli spazi pubblici molto curati, fanno da cornice architetture dall’aspetto decadente. Splendide facciate Jugendstil accanto a rigidi edifici razionalisti e a campanili barocchi. Case semplici di fine Ottocento vicino a volumi complessi degli anni Ottanta. E oltre la Sava, a Novi Beograd, i grandi blocchi dei condomini sovietici e i fantasiosi esempi di un’architettura partorita negli stessi anni. Qualche palazzo riporta ancora i segni della guerra, altri sono stati abbandonati, altri non sono mai stati finiti. Ma la città è piena di vita. I serbi hanno voglia di parlare e di raccontare della propria città, e sono curiosi di sapere chi sei e perché sei proprio a Belgrado. Giocano a scacchi nei parchi, chiacchierano sulle panchine, giocano a tennis nel fossato della fortezza o a pallacanestro, corrono, nuotano nel lago artificiale di Ada Cingaljia, fanno esercizio in vere e proprie palestre all’aperto.  Sui divanetti dei bar si prendono tutto il tempo per far depositare il caffè sul fondo della tazza, chiacchierando animatamente. Nelle abitudini, convivono le usanze dei turchi ottomani e la pratica sovietica. La sera, i ristoranti sul fiume si riempiono, e poi tutti a ballare nelle discoteche galleggianti o nei vecchi magazzini del porto fluviale.

Seduta sulle mura di Kalemegdan, con i piedi che ciondolano nel vuoto, mi concentro sul movimento della Sava che scivola nel Danubio.
Belgrado, a giugno, profuma di tigli e di popcorn.

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10 ottobre 2014

Io mi diverto ad avere trent’anni, io me li bevo come un liquore i trent’anni: non li appassisco in una precoce vecchiaia ciclostilata su carta carbone. Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni!
Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti.
Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo.
Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta.

Oriana Fallaci, Se il sole muore, Rizzoli 1965