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One shot, one thought /20 11 aprile, 2014

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Friday in a wisteria bloom.

One shot, one thought /19 10 aprile, 2014

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Se il mio corpo dice di andare a dormire adesso, io lo ascolto,
che problema c’è?

One shot, one thought /18 6 aprile, 2014

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Sole, giornale, cappuccino e un bel panorama.
È godersi la lentezza della domenica mattina.

One shot, one thought /17 4 aprile, 2014

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Sabaudità à l’heure bleue.

Perù #14 | Fra mummie e suore 2 aprile, 2014

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22 agosto // Nonostante sia il nostro penultimo giorno di viaggio, non c’è fra di noi quel clima da fine vacanza: ci sono ancora cose da fare e da vedere. Dedichiamo la mattina al museo della mummia Juanita, che porta l’attenzione ai sacrifici umani che gli Inca compivano per placare l’ira degli dei. In caso di terremoti o eruzioni vulcaniche, lunghe processioni, che duravano anche mesi, raggiungevano gli alti picchi delle Ande e lì abbandonavano dei bambini. I rampolli delle famiglie più ricche venivano educati fin da molto piccoli a essere sacrificati, in caso di necessità, e di offrivano con entusiasmo per la salvezza del popolo intero. O almeno, questo è quello che si racconta; però, tutto è molto interessante, anche perché si tratta di scoperte recenti. Juanita è stata trovata nel 1995 e si pensa che centinaia di altre mummie siano ancora sui vulcani e sulle cime più alte dell’impero Inca, dal Chile all’Ecuador. Comunque, Juanita è esposta in una cella frigorifera piuttosto buia, e bisogna appoggiarsi al vetro con le mani a binocolo per riuscire a vederla. È in posizione fetale, avvolta in diversi mantelli, ma alcune parti sono scoperte e osservandola sembra che stia soltanto dormendo.

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Nel pomeriggio, poi, visitiamo il convento di Santa Catalina: una città nella città; un labirinto di chiostri e viuzze dipinti di rosso e blu. Il rosso è un fuoco accanto alla pietra bianca, il blu invece lo calma, ed è della stessa tonalità del cielo: forse in un tentativo di portare il cielo dentro le alte mura di questo convento. È un luogo molto rilassante. Le celle delle monache sono delle vere e proprie suite che si alternano a patii alberati. Ognuna ha la propria cucina, completa di forno, fuochi e tutti gli utensili per cucinare: qui il colore è il nero della fuliggine. Ogni scorcio è poetico, con questi colori che si rincorrono. Ma non ci sono solo i colori. Di questo posto ricorderò anche la grande cucina ricavata nella cappella sconsacrata, troppo nera e buia per scattare anche solo una fotografia, e l’obitorio, dove campeggiano i ritratti delle monache, uguali identici a quelli nelle loro stanze, ma con gli occhi chiusi. Un po’ macabro, un po’ ridicolo.

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One shot, one thought /17 29 marzo, 2014

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In posti come questo ci si sente davvero minuscoli.
Anglesey, Wales.

One shot, one thought /16 28 marzo, 2014

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Manchester looks like this.

One shot, one thought /15 27 marzo, 2014

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England, here I am!

One shot, one thought /14 26 marzo, 2014

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Di passaggio a Milano.

One shot, one thought /13 26 marzo, 2014

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I miei piedi. Pronti a partire.

One shot, one thought /12 24 marzo, 2014

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Non vado mai a letto senza qualche libro.
Da leggere in contemporanea, possibilmente.

Non più inverno, non ancora primavera 24 marzo, 2014

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Mi piace andare in montagna in questo periodo dell’anno, quando le giornate già si allungano e il sole abbacinante fra brillare la neve ormai compatta. Mi piace camminare nei boschetti e godere dell’aria ancora freddissima che si infila nelle narici e rigenera ogni più remota cellula del mio corpo. C’è un’energia che erode da sotto lo spesso strato ghiacciato e presto esploderà facendolo scomparire.

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One shot, one thought /11 20 marzo, 2014

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Una giraffa nel mio bicchiere!
Vedo cose che voi umani…

One shot, one thought /10 19 marzo, 2014

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Il segreto è sorprendersi per un piccolo gioco di luci.

One shot, one thought /9 17 marzo, 2014

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In questo cortile sono tornati i pipistrelli. E a me piace restare sul balcone ad ascoltare il loro stridio al tramonto.

One shot, one thought/8 16 marzo, 2014

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La nonna compie novant’anni fra un mese. Il cane stravede per lei e per le croste di formaggio che riceve ogni volta che lei arriva.

One shot, one thought/7 16 marzo, 2014

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Qui, ora. Tutto il resto può aspettare.

Perù #13 | Arequipa 10 marzo, 2014

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20 agosto // Dopo un lungo viaggio attraverso le montagne, con il sole che brucia attraverso il finestrino, la città arriva tutta insieme, senza alcun preavviso. Si attraversa la periferia, fatta di officine e sfasciacarrozze, e traffico: un nugolo di piccoli taxi, combi e pullman. Dopo diversi giorni di paesini è un po’ traumatico. Arequipa è la seconda città del Perù; ha la stessa popolazione di Torino, ma è immensamente più estesa: dal momento che si trova in una zona molto sismica, le case sono alte due o tre piani al massimo. Il centro è costruito in sillar bianco, la pietra vulcanica della zona, ed è molto suggestivo. Per questo la chiamano la ciudad blanca.

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21 agosto // Al mattino fa già caldo, qui non serve essere vestiti a cipolla. Facciamo un giro a piedi del centro, grazie a un tour guidato offerto dall’ufficio turistico e dall’università: la cattedrale, il museo della mummia Juanita, la casa del Moral, il ponte sul Chili, i vulcani intorno, i tambo, il mercato, il caffè tipico, le chiese, le pietre usate per la costruzione, gli strumenti musicali, i simboli religiosi sparsi. I tambo sono case popolari chiuse attorno a cortili puliti e ordinati; case basse in pietra bianca affittate per cifre irrisorie. Al mercato, ci troviamo sotto a una copertura in ferro progettata da Gustave Eiffel in persona, e in mezzo a un brulicare fittissimo di persone. Il chiostro della chiesa dei gesuiti, invece, è stato trasformato in un piccolo centro commerciale di lusso per turisti, purtroppo.

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Pranziamo in un locale tipico, una cevicheria, dove appunto si mangia il ceviche: pesce marinato piccante, con aggiunta di ricci di mare, accompagnato da patate dolci che stemperano un po’ il fuoco che arde in gola dopo pochi minuti.

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Nel pomeriggio prendiamo un bus che fa il giro delle campiñas, i sobborghi che Arequipa ha inglobato, ma che hanno mantenuto le caratteristiche originali. Alcuni, come Yanahuara, sono diventati quartieri ricchi, dove le casettine sono state sostituite da villette moderne, protette da filo elettrificato e telecamere. Qui c’è un mirador dal quale si può osservare Arequipa in tutta la sua estensione fin sulle pendici del vulcano El Misti, e un piccolo canyon terrazzato e verdeggiante. I quartieri a sud, invece, sono molto più poveri: casette semplici e incompiute, cresciute in grumi un po’ informi. Insomma, questo giro non è chissà quanto entusiasmante, ma offre una panoramica su realtà diverse che sicuramente sfuggono a chi si ferma solo in centro.

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One shot (or two), one thought/6 7 marzo, 2014

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Where beauty lies, on a friday morning.

Febbraio, diario 2/12 6 marzo, 2014

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Tanto per cominciare, febbraio ha alternato splendide giornate di sole a orribili giornate di pioggia; ma è stato democratico nello sparpagliarle a caso tra weekend e giorni lavorativi. Se solo avesse fatto un poco più freddo, ci sarebbe stata tanta tanta tanta neve! Intanto, le giornate hanno cominciato ad allungarsi e la sera è più luminosa.

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Ma smettiamola di parlar del tempo. E non dirò neanche che febbraio è stato un mese buono anche dal punto di vista dei progetti lavorativi, perché sono cose noiose che interessano soltanto me. Sul versante sociale, culturale, ludico, etc, invece, ci sono delle cose interessanti da raccontare; a partire dal fatto che ho visto degli amici, che non vedevo da molto tempo, che hanno viaggiato per altri continenti e sono tornati con tante storie. E ho passato anche più tempo con mia nonna, che, nonostante sembri sempre più piccola alla soglia dei suoi novant’anni, anche lei ha sempre delle storie per me, sempre che si abbia il tempo di aspettare che prima si sia lamentata di tutti i suoi malanni.

Poi la solita decina di film al cinema, tra i quali A proposito di Davis – che è finito proprio nel momento in cui mi sembrava ingranasse – e Moonrise Kingdom – che mi ero malauguratamente persa l’anno scorso. Ma nel frattempo, sono caduta nel gorgo di Homeland, la serie tv, quella sul terrorismo, fino a guardarne due, tre puntate a sera, maledicendomi la mattina successiva. Ora è finita, e io sono guarita. Come se non bastasse, un amico ha allestito una fantastica sala cinema in casa sua, e ha organizzato un cena+cine al quale partecipa un sacco di gente simpatica: quest’abitudine è appena cominciata.

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A proposito di cena, una sera ho provato a fare una zuppa con il verde di un mazzo di carote fresche. Sembrava così bello che ho pensato: perché buttarlo? Allora l’ho lessato insieme a una carota e a una patata, e alla fine ho frullato tutto insieme. Sapeva di erba, con un vago retrogusto di carota. L’ho migliorato con della feta e dei crostini, ma direi che l’esperimento può ritenersi concluso. Peccato, mi ero sentita molto furba! E poi, ho comprato la composta di azuki, i fagioli giapponesi, per provare a fare un dolce, ma è ancora lì, in bella vista sul piano della cucina.

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Un esperimento che mi è piaciuto davvero tanto è stato la mostra di Alfredo Jaar, Abbiamo amato tanto la rivoluzione, alla Fondazione Merz. Immaginate uno spazio grande, non immenso, ma grande, e alto, diciamo dieci metri. Il pavimento è tutto ricoperto di vetri e specchi rotti, così tanti da formare uno spesso strato sul quale camminare, illuminato solo dai neon bianchi e rossi. I passi sono sonori e più lenti, mentre il fischio scomposto di un clarinetto suonato male dà un effetto totalmente straniante.

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E poi i panorami di febbraio, che hanno spaziato dalle montagne, in una giornata di sole limpido e aria gelida, alle colline morbide ricoperte di vigne, alle risaie in attesa di essere seminate di nuovo. Infine, il giardino di casa, che ho frequentato un poco più spesso, con gran gioia della mia famiglia, bestiole incluse.

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