Storie torinesi 27 Febbraio, 2009
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Metto un link all’articolo della mia amica Elena che, dopo pezzi difficili e interviste impegnative, può finalmente scrivere di animali (proprio come voleva!).
Al di là della mia bonaria presa in giro, Elena ha scritto un bell’articolo, quasi un reportage, sulla gattara di corso Dante: figura misteriosa dedita alla cura di una colonia di gatti randagi.
Non dirò una parola di più: vai all’articolo cliccando qui!
Il curioso caso di Benjamin Button 23 Febbraio, 2009
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L’ho atteso, sospirato, desiderato, e alla fine non mi ha deluso. Certo, poteva essere ancora meglio.
La vita scorre all’indietro, per Benjamin Button. Nel giorno della fine della Grande Guerra, per un inspiegabile scherzo del destino, lui nasce già vecchio: un uomo dall’apparente età di ottant’anni dentro una culla. E poi comincia a ringiovanire, muovendosi controcorrente rispetto agli altri – con il corpo – ma con la consapevolezza agghiacciante di chi compie un percorso normale.
Sono fondamentali le differenze tra il racconto che Francis Scott Fitzgerald scrisse nel 1922: trasponendolo nello spazio (da Baltimora a New Orleans) e nel tempo (dal 1860 al 1918), il regista David Fichner coglie l’occasione per raccontare il Novecento americano attraverso le vicende del protagonista, in una cornice e con un approccio ben lontani da quelli del racconto originale. In realtà ha proprio un’altra trama.
È una bella favola, quella che Fichner ci propone, una storia più romantica che bizzarra, più attenta all’aspetto sentimentale che non a quello sociale: cosa pensa la gente di questo strano personaggio? Non si sa; e ci sono molti temi che avrebbero potuti essere approfonditi.
Malgrado tutto ciò, è un eccellente lavoro di trucco, fotografia, regia, interpretazione: tutta un’altra storia, ma un bellissimo film.
I primi due 19 Febbraio, 2009
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Adesso sono sei: non hanno neanche un giorno ed è già tutto un rumore di asilo.
Manca poco 17 Febbraio, 2009
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Manca poco. Manca pochissimo!
Revolutionary Road 16 Febbraio, 2009
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Affascinante e agghiacciante storia interpretata dalla coppia Leonardo di Caprio-Kate Winslet e diretta dal marito di lei Sam Mendes che, a dieci anni di distanza dallo splendido American Beauty, torna a trattare il tema dell’amore infelice nella famiglia apprentemente solida, con la scelta di portare sul grande schermo il romanzo omonimo di Richard Yates.
Nel Connecticut, Frank e April Wheeler vivono una vita “normale” sotto l’ala protettrice del conformismo: una casetta bianca nel sobborgo di una grande città, due figli, un’automobile, un lavoro per lui, la cura della casa per lei; la coppia si ritrova intrappolata in una quotidianità che detesta, ma di cui non può fare a meno. Dietro l’ostentata felicità e perfezione della vita che conducono, si cela invece la solitudine e l’insoddisfazione dei giovani coniugi che sono il simbolo della crisi dell’individuo nella società – quest’ultima presentata in modo emblematico grazie ai colori, gli oggetti, i toni e i bigottismi anni ‘50 dell’America più conservatrice e moralista. La tensione è palpabile e ci si aspetta l’esplosione da un momento all’altro, ma le giornate passano ordinarie nella loro menzogna, inganni, debolezze, fino a culminare nella tragedia finale.
Tema usuale per Richard Yates; poco tempo fa ho letto un altro dei suoi romanzi, Easter Parade, e sono molti gli elementi che ricorrono: donne infelici, relazioni fallimentari, malattie mentali. Proprio la figura del matto, anche in Revolutionary Road, è alla fine l’unico “sano” in una società malata, portatore di verità e sensibile lettore dell’animo.
Gli interpreti sono perfetti: sperimentati per la prima volta in Titanic, sono ormai attori maturi e capaci di dar vita a personaggi così combattuti e intensi come i coniugi Wheeler.
Kirkuk Kaffé 12 Febbraio, 2009
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KIRKUK KAFFÉ, curdo, turco, greco – via Carlo Alberto 16, Torino
Un tavolo per sette, prego.
Sì, ma dalla vetrina il posto sembra minuscolo. Dove ci metteranno? E invece, il ristorante si sviluppa in profondità: nelle tre sale piuttosto ampie con le pareti azzurre, le stoffe rosse dai motivi tipici, tappeti, vasi, piatti, brocche, lampade, tutto riporta all’atmosfera orientale; anche la musica di sottofondo fa la sua parte. Ci sono tavoli con le sedie e tavolini bassi e cuscini su cui adagiarsi anche per cenare; io preferisco mangiare seduta a tavola alla “maniera occidentale”, i cuscini per terra vanno meglio per un dopo cena a base di the e dolcetti.
Il menu è ricco e io non so cosa scegliere – quando mai? Allora, per non farmi mancare nulla, prendo per iniziare antipasti misti: l’hummus (tipica crema di ceci e sesamo), la crema di melanzane e yogurt, un falafel e un cubetto di feta. A seguire, un piatto unico a base di bulghur (il grano spezzato) e kebab, accompagnato da salse alle verdure. Il menu ci tiene a precisare che il kebab viene preparato ogni giorno: a parer mio, la differenza nella qualità è evidente rispetto ai comuni “kebabbari”. E poi, come disdegnare i dolcetti? Senza strafare prendo un baklava (rotolino di pasta farcito con noci e miele) e un quadratino di basboosa (torta di semolino inzuppata nello sciroppo): come tutti i dolci mediorientali sono appiccicosi e veramente dolci, ma buoni… Per concludere, una teierona di the alla menta, sempre speciale.
Il conto è esiguo: 15 € a testa, e abbiamo anche preso una bottiglia di vino.
Io ci torno.
Ex 7 Febbraio, 2009
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Ci sono sei coppie; o meglio, c’erano una volta sei coppie felici, ma adesso sono scoppiate o stanno per farlo. Questa non è una storia, sono tante piccole storie i cui protagonisti si intrecciano in un tourbillon sorprendente: c’è l’ex che non si arrende, c’è quello che si strugge, c’è quello che si fa prete, c’è quello che ancora non è ex ma teme di diventarlo e quello che invece lo vorrebbe perché dopo anni di matrimonio crede che la soluzione sia fuggire alla velocità della luce dalla moglie.
È una commedia romantica ben interpretata e girata con cura (non male la fotografia), anche se – a dirla tutta – non esiste una vera e propria trama, il film si costruisce piuttosto sulla bravura del cast: Claudio Bisio, Silvio Orlando, Alessandro Gassman, Fabio De Luigi, Gian Marco Tognazzi, Flavio Insinna, Elena Sofia Ricci, Cristina Capotondi, Anna Signoris, Claudia Gerini sono gli attori a cui è dato il compito di reggere questo intreccio dinamico, comico, romantico e riflessivo al tempo stesso. I dialoghi sono brillanti e ben studiati, mentre la colonna sonora risulta poco incisiva – peccato avrebbe potuto dare qualcosa in più.
Tetris addicted 6 Febbraio, 2009
Posted by emmaci in pensieri sparsi.6 comments
Accidenti accidentaccio a quel cavolo di gioco! Stavo così bene quando non mi ricordavo della sua esistenza; invece qualche tempo fa (perché adesso sono guarita, sì sì) quando ne sentivo il nome, lo leggevo o mi capitava di incapparci su internet, mi veniva una voglia matta mattissima di giocarci! Brutta cosa… Il fatto è che il Tetris dà proprio dipendenza: ho scoperto su Wikipedia che esiste una specie di disturbo che si chiama effetto Tetris.
L’espressione si riferisce ad un fenomeno psicologico per cui una attività che richiede un alto livello di attenzione può influire successivamente in modo incongruo sui processi di pensiero, le immagini mentali e i sogni di coloro che vi si dedicano per lungo tempo. Prende il nome dal videogioco Tetris, in cui il giocatore deve impilare nel modo più compatto possibile oggetti geometrici bidimensionali o tridimensionali che cadono dall’alto al basso dello schermo. Chi gioca per lunghi periodi di tempo a questo gioco può essere portato a ragionare involontariamente sui modi di impilare oggetti del mondo reale, come le confezioni che vede sugli scaffali di un supermercato o gli edifici di un quartiere. Inoltre, può capitargli di vedere oggetti geometrici in movimento ai limiti del proprio campo visivo o quando chiude gli occhi. Infine, le figure geometriche del gioco possono apparire in sogno, soprattutto nel passaggio dal dormiveglia al sonno. Queste diverse manifestazioni del fenomeno sono classificate, da un punto di vista scientifico, come fenomeni di genere diverso, ovvero rispettivamente come abitudini mentali, allucinazioni e immagini ipnagogiche.
E l’ho sperimentato di persona; fortunatamente mi sono fermata al primo stadio, quello in cui mi immagino lo schermo con i mattoncini che scendono, specie in momenti di noia o prima di addormentarmi. Però, basta non giocarci per un po’ e passa tutto. Speriamo.
oasis live 3 Febbraio, 2009
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I concerti sono come il Natale, il compleanno, la domenica: li aspetti con trepidazione e sembra che non arrivino mai, poi, quando finalmente viene il momento, passano con una rapidità indicibile e ti lasciano a bocca aperta ancora un po’ incredulo.
Eccoci in autostrada – Andrea ed io – a sfidare la pioggia battente in direzione Milano, sembra che non accenni a smettere. Abbiamo un paio di panini per la cena che consumiamo velocemente in macchina, poi via verso la meta: arrivare è facilissimo, il difficile viene dopo perché la neve e la pioggia rendono tutto complicato, e quando riusciamo ad entrare nel palazzetto siamo bagnati fradici e impacciati da giacche e sciarpe, maglioni e ombrelli. I nostri biglietti sono per l’anello C, posto a sedere non numerato, ma checcifrega di sederci? Non siamo mica a teatro!! Provo a far gli occhi dolci ad uno della security perché ci faccia scendere all’anello B, ma niente da fare, dobbiamo proprio andare sopra. Manca poco meno di mezz’ora all’inizio e il Datchforum è sold out, c’è gente persino nell’angolo fighetto con le sedie Kartell Louis Ghost; noi troviamo posto contro la ringhiera, centrali rispetto al palco, ma non è male perché lo spazio è compatto e non siamo troppo lontani.
Ed il momento arriva: le luci si spengono con un boato e gli Oasis entrano sulle note di Fucking in the Bushes. Liam e Noel sono l’anima portante della band, gli altri non ho mai saputo chi sono ma poi la formazione è cambiata rispetto agli inizi; negli ultimi anni il batterista era Zak Starkey, il figlio di Ringo Starr, e adesso non più. Vabbè. Morale della favola gli Oasis sono in quattro: i due fratelli, il bassista Andy Bell e il chitarrista Gem Archer; li accompagnano un batterista ed un tastierista. Liam veste un doppiopetto nero militare con i bottoni tondi e luccicanti, e le basettone gli incorniciano un paio di occhiali da sole neri neri. Noel è semplicemente Noel.
Alle loro spalle la scenografia è essenziale, giusto quattro maxischermi sui quali si alternano riprese live ed immagini varie, ma d’effetto. L’acustica è perfetta e i musicisti suonano impeccabilmente. La voce del Gallagher più giovane ci mette un paio di canzoni a scaldarsi come si deve, e canta sempre nella stessa posizione strana: tutto piegato storto prende il microfono da sotto e tiene le labbra strette attorno ai denti, lo fa da sempre. Personalmente preferisco la voce del fratello maggiore, è più ferma e particolare nel timbro.
Lo show è impagabile ed il pubblico entusiasta. La scaletta mescola brani nuovi a successi vecchi, non poteva esser migliore: l’ho apprezzata parecchio. Suonano per un’ora e un quarto ed escono – nessuno chiede il bis perché si pensa ad una fine primo atto. Poi rientrano e chiudono in bellezza con tre pezzi loro e l’esplosiva cover di I am the Walrus. Totale un’ora e quaranta, e se ne vanno indifferenti ai richiami finali (anche perché il palco è già in via di smontaggio).
I soliti. E a me piacciono così.
Fucking in the Bushes – Rock’n'Roll Star – Lyla – Cigarettes & Alcohol – The Meaning of Soul – To be where there’s life – Waiting for the rapture – The Masterplan – Songbird – Slide Away – (What’s the story) Morning Glory – Ain’t got Nothing – The Importance of being Idle – I’m Outta Time – Wonderwall – Supersonic – Don’t Look Back in Anger – Falling Down – Champagne Supernova – I am the Walrus.





