Letture 11 Luglio, 2009
Posted by emmaci in libri.6 comments
Ciò che non ho abbandonato durante questo periodo infernale è stata la lettura; necessaria per staccare completamente e immergermi in altri mondi.
Prima ho provato con L’amore ai tempi del colera di Gabriel Garcìa Marquez, ma si è rivelato una delusione… Vi avevo riposto grandi aspettative: in fondo, Cent’anni di solitudine è uno dei miei romanzi preferiti. Ma questo non è il Marquez che mi ha fatta appassionare alla famiglia Buendìa e alle sue vicende. Cambia proprio lo stile, ed è una noia mortale. In più, i personaggi sono delle piaghe tremende… No, no, no. Peccato.
Mentre cercavo di finirlo, ho intercettato Una stagione selvaggia di Joe R. Lansdale: Hap e Leonard vengono coinvolti dalla ex-moglie del primo per ritrovare il bottino di una rapina avvenuta tempo addietro, localizzato con ogni probabilità dentro ad una macchina immersa nelle acque di un fiume da quelle parti, in Texas. Lo sviluppo della storia è piuttosto lineare e prevedibile, non ci sono sussulti particolari e non si regge sulla tensione dei cambi di scena; è sempre l’interazione tra i vari personaggi a reggere l’intera struttura e i confronti tra le diverse personalità. E Lansdale ha un modo di scrivere eccezionale: in poche pagine e con poche parole, riesce a fare immaginare tutta la situazione in ogni piccolo dettaglio, suono, odore, sensazione. Toglie il fiato e accelera il battito cardiaco.
L’aspetto più entusiasmante di tutto il romanzo, comunque, è costituito dai dialoghi tra i due protagonisti, i loro continui botta e risposta: l’idealismo romantico e ormai disilluso di Hap si specchia di continuo con il cinismo e la saggezza di Leonard, creando dei momenti di pura ilarità ma non disdegnando alcune importanti riflessioni su come siano cambiati i tempi dagli anni ’60 – anni di lotte ideologiche in cui pensavano di poter cambiare il mondo e in cui ogni situazione era un pretesto di lotta e di ribellione al sistema.
Un mostro si chinò su di me. No, era Leonard. Si tolse la maschera e il respiratore di bocca. Mi stava chiamando, ma la sua voce arrivava da molto lontano. Stava chiamando anche qualcun altro. Qualcuno di nome Tessa D’Arazzo. No, un momento. Era testa di cazzo. Per caso ero io?





