Joe R. Lansdale: ancora, ancora. 1 Novembre, 2009
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Perfettamente calzante.
L’impulso che coglie qualsiasi scrittore di noir (o giallo, o thriller) di casa nostra, dopo aver letto un romanzo come Il mambo degli orsi, credo sia quello di uscire in cerca di un bar e prendersi una sbronza. Non c’è niente da fare. Per quanto talentuosi, non si può combattere il rio destino che non ci ha fatti crescere in una nazione dove esistono cittadine come Grovetown, Ku Klux Klan e morti sospette. Dove si possono far perdere le proprie tracce tra un miglio e l’altro, aiutati dalla mancanza di carte di identità. Dove si può circolare con un bagagliaio ricolmo di armi senza appartenere alla criminalità organizzata.
Al confronto, qualsiasi romanzo ambientato nella Milano violenta e nella Bologna dei misteri sembra il giornalino della parrocchia, per quanti morti ammazzati ci si possa infilare.
Si tratterà di colonizzazione culturale, ma nessun carabiniere può reggere uno sceriffo razzista con l’orchite.Joe R. Lansdale, in aggiunta, riesce a esaltare il sapore degli ingredienti che infila nei suoi romanzi, con due o tre trucchetti mica male.
Prima di tutto sa scrivere, mentre una buona fetta dei suoi conterranei, anche di quelli che fanno successo qui alla periferia dell’impero, sembrano possedere tutti la medesima mano, lo stesso senso del ritmo e della sintassi. Con un po’ d’orecchio, puoi immaginarti che aggettivo verrà utilizzato per descrivere la chioma di quel personaggio, quando ci sarà il cambio di scena, il trucco, il giro di vite. Con Lansdale no.
Poi, si capisce subito, ama i suoi personaggi, e riesce a infondere in loro il soffio della vita. Non c’è protagonista o comprimario che non salti fuori dalla pagina anche solo attraverso poche battute, come quelle del poliziotto costretto a non fumare se vuole continuare a scopare con sua moglie, o del cuoco che ha imparato a mimetizzarsi con lo sporco sul fondo.
Infine, maledizione, possiede il senso dell’umorismo.È grazie a questo sapore che una trama “leggera” come quella di Il mambo degli orsi si trasforma in un romanzo che rimane nella memoria. Hap e Leonard, vanno in cerca di una donna scomparsa, si scontrano con un intero paese che vorrebbe vederli impiccati, prendono un sacco di legnate, tornano e più o meno vincono. Sembra quella di un vecchio western, soprattutto nelle scene di rissa nel saloon, è già letta, vista e stravista. Era solo leggermente più complessa quella del precedente Mucho Mojo, sempre con gli stessi protagonisti. Eppure alla fine del romanzo, ci si rende conto di come la trama sia stata veramente solo il supporto di una costruzione molto più complessa e affascinante.
Sandrone Dazieri, Una lettura di Joe R. Lansdale,
in Joe R. Lansdale, Il mambo degli orsi, Einaudi, Torino 2004
Le dodici domande 1 Ottobre, 2009
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Dopo aver sostato a lungo nella mia wishlist, il romanzo di Vikas Swarup è finalmente approdato sul mio comodino.
Per intenderci, Le dodici domande è il libro da cui è stato tratto The Millionaire; altro caso in cui mi avvicino ad un romanzo perché il film mi è piaciuto molto (il contrario tendo a non farlo, a meno che non ci siano delle garanzie).
E poi mi sono trovata spiazzata: la trasposizione cinematografica è tutt’altra cosa rispetto al libro! In pratica, ecco cos’è successo: il nostro amico regista Danny Boyle ha preso in prestito la cornice – quella dell’incredibile performance al quiz televisivo e del parallelismo tra le domande e la vita movimentata di un ragazzo delle baraccopoli – e ha inventato un contenuto tutto suo, stravolgendo l’originale che di fiabesco ha ben poco.
La storia di Vikas Swarup è molto più complessa: Ram Mohammed Thomas – questo è il nome del suo protagonista – è un orfano cresciuto da un pastore protestante inglese; da quando lascia la chiesa, si trova sempre costretto a fuggire da una situazione scomoda ad un’altra. Da solo, però. Salim esiste, ma non è il fratello e ha un ruolo molto meno importante. Latika, invece, non esiste proprio. Pertanto, la ragione che spinge Ram a partecipare al quiz non è ritrovare l’amata. E tutti diversi dal film sono anche i guai in cui Ram si trova invischiato dall’inizio alla fine. Che dire poi della presenza di un avvocato? E che importanza mai avrà il personaggio del conduttore televisivo? Beh, è tutta un’altra storia; non cercate le risposte in The Millionaire.
Con questo non voglio dire che il film sia brutto dopo averne fatto una recensione entusiastica a gennaio. The Millionaire ha una fotografia che Vikas Swarup non è in grado di trasmettere con la sua scrittura – anche perché manca un glossario di termini hindi, il cui significato viene dato per scontato, e così molte immagini si perdono. Certo è che Danny Boyle ha messo in piedi una sceneggiatura alla Hollywood, mentre Swarup mantiene i dodici racconti su un piano vagamente più verosimile. Ma alla fine il film integra il libro e viceversa; e in questo viaggio vorticoso viene fuori con forza quell’India dove la povertà è una realtà quotidiana.
Letture 11 Luglio, 2009
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Ciò che non ho abbandonato durante questo periodo infernale è stata la lettura; necessaria per staccare completamente e immergermi in altri mondi.
Prima ho provato con L’amore ai tempi del colera di Gabriel Garcìa Marquez, ma si è rivelato una delusione… Vi avevo riposto grandi aspettative: in fondo, Cent’anni di solitudine è uno dei miei romanzi preferiti. Ma questo non è il Marquez che mi ha fatta appassionare alla famiglia Buendìa e alle sue vicende. Cambia proprio lo stile, ed è una noia mortale. In più, i personaggi sono delle piaghe tremende… No, no, no. Peccato.
Mentre cercavo di finirlo, ho intercettato Una stagione selvaggia di Joe R. Lansdale: Hap e Leonard vengono coinvolti dalla ex-moglie del primo per ritrovare il bottino di una rapina avvenuta tempo addietro, localizzato con ogni probabilità dentro ad una macchina immersa nelle acque di un fiume da quelle parti, in Texas. Lo sviluppo della storia è piuttosto lineare e prevedibile, non ci sono sussulti particolari e non si regge sulla tensione dei cambi di scena; è sempre l’interazione tra i vari personaggi a reggere l’intera struttura e i confronti tra le diverse personalità. E Lansdale ha un modo di scrivere eccezionale: in poche pagine e con poche parole, riesce a fare immaginare tutta la situazione in ogni piccolo dettaglio, suono, odore, sensazione. Toglie il fiato e accelera il battito cardiaco.
L’aspetto più entusiasmante di tutto il romanzo, comunque, è costituito dai dialoghi tra i due protagonisti, i loro continui botta e risposta: l’idealismo romantico e ormai disilluso di Hap si specchia di continuo con il cinismo e la saggezza di Leonard, creando dei momenti di pura ilarità ma non disdegnando alcune importanti riflessioni su come siano cambiati i tempi dagli anni ’60 – anni di lotte ideologiche in cui pensavano di poter cambiare il mondo e in cui ogni situazione era un pretesto di lotta e di ribellione al sistema.
Un mostro si chinò su di me. No, era Leonard. Si tolse la maschera e il respiratore di bocca. Mi stava chiamando, ma la sua voce arrivava da molto lontano. Stava chiamando anche qualcun altro. Qualcuno di nome Tessa D’Arazzo. No, un momento. Era testa di cazzo. Per caso ero io?
Relatività 4 Maggio, 2009
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Lui aveva scoperto che la reazione migliore era una sola: sedersi ed esaminare con calma la situazione. Questo non soltanto aiutava a trovare la soluzione, ma gli dava anche la possibilità di ricordare che le cose non sono mai brutte come sembrano: è tutta una questione di prospettiva. Restarsene seduti a guardare il cielo per qualche minuto – non un punto particolare, il cielo così in generale – l’immenso cielo sgombro del Botswana, ridimensionava molto i problemi umani. Naturalmente non era possibile dire cosa ci fosse in quel cielo, almeno durante il giorno; ma di notte si rivelava un oceano di stelle, senza limiti, infinitamente bianco; talmente grande che qualunque umano problema, anche il più grosso, in confronto era una minuzia. Eppure noi non sappiamo vederlo così…
Alexander McCall Smith, The Good Husband of Zebra Drive
Old Possum’s book of Practical Cats 14 Aprile, 2009
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MR. MISTOFFELEES
(illustrazione di Errol Le Cain)
You ought to know Mr. Mistoffelees!
The Original Conjuring Cat -
(There can be no doubt about that).
Please listen to me and don’t scoff. All his
Inventions are off his own bat.
There’s no such Cat in the metropolis;
He holds all the patent monopolies
For performing surprising illusions
And creating eccentric confusions.
At prestidigitation
And at legerdemain
He’ll defy examination
And deceive you again.
The greatest magicians have something to learn
From Mr. Mistoffelees’ Conjuring Turn.
Presto!
Away we go!
And we all say: OH!
Well I never!
Was there ever
A Cat so clever
As Magical Mr. Mistoffelees!
He is quiet and small, he is black
From his ears to the tip of his tail;
He can creep through the tiniest crack
He can walk on the narrowest rail.
He can pick any card from a pack,
He is equally cunning with dice;
He is always deceiving you into believing
That he’s only hunting for mice.
He can play any trick with a cork
Or a spoon and a bit of fish-paste;
If you look for a knife or a fork
And you think it is merely misplaced -
You have seen it one moment, and then it is gawn!
But you’ll find it next week lying out on the lawn.
And we all say: OH!
Well I never!
Was there ever
A Cat so clever
As Magical Mr. Mistoffelees!
His manner is vague and aloof,
You would think there was nobody shyer -
But his voice has been heard on the roof
When he was curled up by the fire.
and he’s sometimes been heard by the fire
When he was about on the roof -
(At least we all heard somebody who purred)
Which is incontestable proof
Of his singular magical powers:
And I have known the family to call
Him in from the garden for hours,
While he was asleep in the hall.
And not long ago this phenomenal Cat
Produced seven kittens right out of a hat!
And we all said: OH!
Well I never!
Did you ever
Know a Cat so clever
As Magical Mr. Mistoffelees!
(T.S. Eliot, Old Possum’s book of Practical Cats, Faber, London 1939)
Revolutionary Road 16 Febbraio, 2009
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Affascinante e agghiacciante storia interpretata dalla coppia Leonardo di Caprio-Kate Winslet e diretta dal marito di lei Sam Mendes che, a dieci anni di distanza dallo splendido American Beauty, torna a trattare il tema dell’amore infelice nella famiglia apprentemente solida, con la scelta di portare sul grande schermo il romanzo omonimo di Richard Yates.
Nel Connecticut, Frank e April Wheeler vivono una vita “normale” sotto l’ala protettrice del conformismo: una casetta bianca nel sobborgo di una grande città, due figli, un’automobile, un lavoro per lui, la cura della casa per lei; la coppia si ritrova intrappolata in una quotidianità che detesta, ma di cui non può fare a meno. Dietro l’ostentata felicità e perfezione della vita che conducono, si cela invece la solitudine e l’insoddisfazione dei giovani coniugi che sono il simbolo della crisi dell’individuo nella società – quest’ultima presentata in modo emblematico grazie ai colori, gli oggetti, i toni e i bigottismi anni ‘50 dell’America più conservatrice e moralista. La tensione è palpabile e ci si aspetta l’esplosione da un momento all’altro, ma le giornate passano ordinarie nella loro menzogna, inganni, debolezze, fino a culminare nella tragedia finale.
Tema usuale per Richard Yates; poco tempo fa ho letto un altro dei suoi romanzi, Easter Parade, e sono molti gli elementi che ricorrono: donne infelici, relazioni fallimentari, malattie mentali. Proprio la figura del matto, anche in Revolutionary Road, è alla fine l’unico “sano” in una società malata, portatore di verità e sensibile lettore dell’animo.
Gli interpreti sono perfetti: sperimentati per la prima volta in Titanic, sono ormai attori maturi e capaci di dar vita a personaggi così combattuti e intensi come i coniugi Wheeler.
Bilanci di fine anno 7 Gennaio, 2009
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Lungi da me fare un bilancio generale del 2008: mi sembra complicato ed eccessivo; mi piace, però, l’idea di farne uno delle letture dell’anno passato.
Sono sempre stata una lettrice dal ritmo abbastanza sostenuto, ma quest’anno ho proprio messo una marcia in più e ho divorato un sacco libri, 30 per la precisione, che mi sembra un onorevole traguardo. Tutto questo grazie ad aNobii, che è meglio di una biblioteca reale: è più facile da esplorare e c’è un confronto immediato con le opinioni degli altri lettori. Ebbene, grazie ad aNobii ho scoperto una marea di autori e titoli, tanto che adesso la mia wishlist ospita libri per una quantità pari alla metà di quelli letti in tutta la mia vita…
Tre, fra i suddetti 30, sono si sono piazzati tra i miei preferiti in assoluto: Suite Francese di Irène Némirovsky, La storia dell’amore di Nicole Krauss, Espiazione di Ian MacEwan. Tre in un anno è notevole, non trovate?
Poi ho scoperto altri autori che mi sono piaciuti molto: Alan Bennett con La sovrana lettrice, Haruki Murakami con Norwegian Wood, Alexander McCall Smith con Scarpe azzurre e felicità e le altre storie della signora Ramotswe, Jonathan Safran Foer con Molto forte incerdibilmente vicino, Alessandro Baricco con Novecento e Paul Auster con Follie di Brooklyn.
Romanzi che non mi siano piaciuti? Beh, a parte Sulla strada di Jack Kerouac che ho proprio abbandonato – come ho scritto qualche tempo fa – altri titoli sono Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino (che parte dalla bellissima idea di creare le storie con le carte, ma poi i racconti sono un po’ pesanti), Il vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago (perché non riuscita ad abituarmi allo stile particolarissimo fatto di paragrafi lunghi regolati solo da virgole e senza virgolette che introducano i dialoghi) e Circolo chiuso di Jonathan Coe (che mi è parso un po’ insipido rispetto ad altri suoi lavori).
Ed ora mi accingo a scegliere un nuovo romanzo dalla mia infinita wishlist.
Espiazione 22 Dicembre, 2008
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Dalla critica è considerato il capolavoro di Ian McEwan; io non lo so, perché finora è l’unico che ho letto dei suoi romanzi, ma di certo Espiazione è balzato nell’olimpo dei miei libri preferiti. Un romanzo che ho amato molto per la sua intensità, ma anche per la raffinatezza nelle descrizioni e nelle caratterizzazioni.
Ho amato la poesia della prima parte, quando nella villa di campagna il tempo sembra essersi fermato e i suoi abitanti si preparano per la festa, finché qualcosa si rompe e la seconda parte precipita nel realismo più crudo della guerra negando ogni possibile ritorno a quel mondo incantato. Ho amato la trama, così originale, la storia di una colpa senza possibilità di espiazione; una colpa commessa stupidamente – chissà poi da chi – per cattiveria e mania di protagonismo, ma che rovinerà la vita di tutti, anche di chi si sente responsabile. Ho amato l’idea del romanzo nel romanzo, che moltiplica i punti di vista e le storie: quella vera e quella falsa.
[...] come può una scrittrice espiare le proprie colpe quando il suo potere assoluto di decidere dei destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui possa fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono. Non c’è nulla al di fuori di lei. È la sua fantasia a sancire i limiti e i termini della storia. Non c’è espiazione per Dio, né per il romanziere [...].
Prima di leggere il libro ho visto il film, o meglio, ho visto il film e poi ho deciso di leggere il romanzo, è stata una scelta casuale, ma si è rivelata una buona idea: nell’adattamento cinematografico del regista Joe Wright gli attori sono perfetti e la fotografia è meravigliosa. È fuor di dubbio che il libro sia estremamente più ricco sia per quanto riguarda l’aspetto narrativo, sia per gli eventi della trama , ma – per una volta – le immagini riescono ad interpretare e a dare al romanzo quel qualcosa in più che io ho molto apprezzato.
Leaving the road 2 Dicembre, 2008
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Abbandono Sulla strada di Jack Kerouac. Temporaneamente? Non lo so…
L’ho preso dieci giorni fa dallo scaffale, avvicinandomi con reverenza e aprendolo con le grandi aspettative che si possono riporre solo in un libro-cult-che-non-si-può-non-leggere. E mi ha delusa…
Nei primi quattro giorni sono riuscita a leggere a malapena un trentina di pagine: ogni tre righe mi fermavo a cercare sulla cartina dove si trovano le tappe del viaggio – e questo mi ha arricchita, perché la mia conoscenza della geografia degli USA è un po’ scarsa; intanto pensavo che la storia non mi stesse prendendo molto: la vicenda è praticamente inesistente, i personaggi sono appena accennati (e già facevo confusione tra i pochi nomi degli amici, senza capire chi fosse l’uno, chi l’altro, da dove venissero e cosa facessero). Però, credevo fosse una situazione temporanea, ed andavo avanti fiduciosa. Ma quando il protagonista si ferma a San Francisco, il racconto non decolla, rimane noioso alla stregua delle pagine precedenti. Solo le descrizioni dei paesaggi sono davvero belle.
Mi aspettavo qualcosa di diverso, di più forte, più avvincente; ma non so se ho voglia di andare avanti a forza giusto per arrivare alla fine: mi sembra di perder tempo, cincischiando con la cartina…
Gomorra 22 Ottobre, 2008
Posted by emmaci in libri.add a comment
Uff! Finalmente l’ho finito… Che impresa.
Leggere questo libro è come entrare in un incubo: troppo irreale per essere vero, si fa fatica a pensare che sia tutto vero, e che non sia un romanzo uscito da una fantasia malata. Perché quando lo si legge, bisogna ricordarsi che Saviano non sta parlando di uno stato del terzo mondo martoriato dalla guerra, ma della vita di una grande città italiana.
Da leggere per sapere. Anche un poco alla volta, per tirare il fiato da tante brutture…
“Il furgoncino acchiappamorti gira continuamente, lo si vede da Scampia a Torre Annunziata. Raccoglie, accumula, preleva cadaveri di gente morta sparata. La Campania è il territorio con più morti ammazzati d’Italia, tra i primi posti al mondo. Le gomme della macchina mortuaria sono liscissime, basterebbe fotografare i cerchioni mangiucchiati e il grigiore dell’interno dei pneumatici per avere l’immagine simbolo di questa terra.” pag. 95
“Le persone cercano di passare silenziose, di ridurre al minimo la loro presenza nel mondo. Poco trucco, colori anonimi, ma non solo. Chi ha l’asma e non riesce a correre si chiude in casa a chiave, ma trovando una scusa, inventadosi una motivazione, perché svelare di stare chiuso in casa potrebbe risultare una dichiarazione di colpevolezza: di non si sa quale colpa, ma pur sempre una confessione di paura. Le donne non indossano più i tacchi alti, inadatti a correre. A una guerra non dichiarata ufficialmente, non riconosciuta dai governi e non raccontata dai reporter, corrisponde una paura non dichiarata, una paura che si ficca sotto la pelle.”, pag. 105





