We want [sex] equality

A questa cosa ci penso da un po’, da quando sono andata a vedere Midnight in Paris e il coinquilino inglese della mia amica ci ha chiesto: — E voi, in che epoca avreste voluto vivere?
Il mio pensiero si è lanciato subito agli anni Sessanta e alla Swinging London, all’arrivo della musica rock, al fermento culturale; poi ho pensato, ma perché no gli anni Trenta a Parigi, o la Belle Epoque? E via così, mi sono vista in mille panni diversi nei momenti storici più svariati. In ogni quadro, però, c’era qualcosa che non tornava. Ed è stato lampante: come avrei vissuto io, donna, in quei periodi? Non certo come vivo adesso.

Ce lo ricorda il film We want sex [Made in Dagenham, Nigel Cole, 2010]: negli anni Sessanta ci sono state operaie che hanno scioperato e combattuto strenuamente per una legge che portasse il loro salario allo stesso livello di quello degli uomini. Voglio dire.
Per cui, no, non avrei voluto vivere in un’epoca precedente a questa: le battaglie femminili hanno migliorato la nostra condizione in maniera notevole, mai e poi mai darei indietro tutte le conquiste ottenute, visto che troppe cose sono ancora da fare.

Le pari opportunità sono ancora lontane da qui. Prima di arrivarci, dobbiamo lasciarci alle spalle quell’atavico senso di responsabilità che ci fa sentire in colpa per qualunque cosa. La mia nonna materna, quando parliamo di certi argomenti sui quali siamo in disaccordo, mi dice semplicemente: — È che mi hanno insegnato così. Mia madre è già di un altro mondo, però continua a dirmi: — Certo che potresti stirargli qualche camicia, eh! E io, io mi sento diversa da loro: provo a impostare la mia vita in modo diverso ancora e mi propongo di educare i miei figli alle larghe vedute e all’uguaglianza, di genere, di razza, di estrazione sociale. Ci serve un cambio di prospettiva, dobbiamo scavare il sistema dall’interno. E prima o poi manderemo all’aria pure questa stupida festa, che ci fa sentire una specie protetta.

Chi si batte?

Il primo post dell’anno solitamente è quello dei bilanci e dei propositi.
Stavo per scrivere che mi sarei trattenuta perché visto com’era andata a finire le ultime volte non mi sembrava che fosse stato un successo, ma invece – oh! – è stato un successo davvero.

Il 2011 per me è stato un anno molto importante: lavoro nuovo, casa nuova, vita nuova, e impresa nuova: una casa editrice, mica chiacchiere! E il 2012 proseguirà su questa scia, lo spero e mi impegnerò al massimo affinché sia così.

Quanto hai propositi specifici, ce n’è solo un su cui voglio insistere particolarmente e che metto per iscritto. Si tratta della mia tendenza a farmi scrupoli, a compiacere gli altri, mettere i desideri degli altri davanti ai miei, a temere la reazione delle persone. Tutto ciò a mio discapito, ovviamente. E se questo ha fatto di me una persona gentile, accomodante,, flessibile, etc etc, ecco, adesso basta: nel 2012 sarò ferma, egoista, pedante, insistente, noiosa, indipendente, combattiva e perseguirò i miei obiettivi come uno schiacciasassi, senza badare agli altri. Detto così pare un filo esagerato, me ne rendo conto, ma sono stufa di rimanerci male perché alla fine c’è gente che si è approfittata di questa mia disponibilità, anche in maniera recidiva.
Per cui, via il peli dalla lingua, e sotto a chi tocca. Chi si batte?

good vibes: ricetta

Cestino il post che ho appena finito.
È inutile scrivere post tristi e seguire a testa bassa la spirale delle giornate no.

Bad vibrations. Combattiamole, e concentriamoci su una buona dose di good vibes.
Allora, preparare una tazzona di tè bollente con la miscela preferita: quella degli ultimi tempi è Lady Gray; tenere fra le mani qualcosa di caldissimo e profumato migliora l’umore, è assicurato.

Mettere su della musica. Qualunque. Nello specifico, organizzo una playlist di tango e musica francese: Raphaël Beau, Edith Piaf, Yann Tiersen.

Poi, dato che il monitor è l’unica finestra sul mondo in questi uffici bui, cercare un bel panorama, magari divertente come le chiavi di ricerca di Tegamini, che mi fanno sempre morire dal ridere, oppure incoraggiante e pieno di sapienza rock’n’roll come l’oroscopo di Mille occasioni di festa e del suo iPod dagli sbalorditivi poteri divinatori (cit).

Lanciare un sasso su un social network a caso – o contemporaneamente su tutti, tanto, geek come sono, li ho collegati fra loro – e vedere come reagiscono gli altri depressoni. Di sicuro ci sarà quello che proporrà di mollare tutto e andare ad allevare mucche in Val d’Aosta e produrre fontina. Con il risultato di spalancare il coperchio della mia golosità inestinguibile e lasciarmi in balia di una voglia di formaggio che no, proprio non posso permettermi.

Infine, scrivere un post che esorcizzi tutte le bad vibes, pubblicarlo senza ulteriori esitazioni – errori e sviste compresi -, spegnere il computer e andare a yoga.
Cià!

non sono agitata…

… sono terrorizzata!

Stasera ci sarà la presentazione del primo libro edito da compagine, la micro casa editrice di cui sono fondatrice insieme ad A. Abbiamo fatto un sacco di pubblicità, su twitter, su facebook, su giornali on line, su giornali locali, alla radio, perché venisse gente, e pare che ne verrà oltre a ogni nostra aspettativa.
Bene. Deve essere così.

Rimane il fatto che io da sempre ho paura di parlare in pubblico. L’ultima volta è stata più di due anni fa, alla laurea: il cuore rimbalzava dappertutto e mi toglieva il fiato. E poi il problema della sintesi – che talvolta è un dono, ma spesso è un ostacolo; io non so vendere fumo e non so parlare di aria fritta. Ed è per questo che dopo i saluti di rito io mi nasconderò dietro la macchina fotografica, e ciao, ci vediamo dopo.

Altra cosa: la mise – ops, scusate, si dice outfit! Mise o outfit che sia, non ho ancora deciso cosa mettere. E contando che avrò pochissimo tempo per tornare a casa a cambiarmi, è bene che io sciolga il nodo al più presto. Non vorrei sembrare inadeguatamente sgargiante, né essere scambiata per una hostess. Ah, se ci fossero Carla ed Enzo, loro sì che mi risolverebbero il problema! Troppo giansenista, sabauda e tinta unita sono, io, e così pure il mio guardaroba. Mettiamo da parte il tubino nero, e anche quello grigio, evitiamo il vestito di lanona color petrolio, e quello di lanetta maròn: rimangono il vestitino blu di seta un po’ fru fru – forse troppo fru fru – e quello di desigual – sempre bello, per carità, ma è il vestito per tutte le occasioni, e non siete stufi di vedermelo addosso? Altrimenti gonna nera aderente-ma-drappeggiata, maglietta nera, golf nero lungo, collana colorata. Che ansia.

Fortunatamente il centro dell’attenzione sarà l’autrice, Amalia Estremi, che racconterà di sé e del suo libro. Un libro nel quale noi crediamo, ed è anche per questo che io sono così emozionata. Quasi che il lavoro fosse mio, e che in parte è.
Ad intervistarla ci sarà Mademoiselle, che con nostro grandissimo sollievo si è prestata a sostituire Tazzina – ahinoi rapita da un impegno imprevisto – alla quale faccio un super in bocca al lupo.

E basta.
Fate un in bocca al lupo anche a me.

My God, it’s friday

Ho il terrore del venerdì. E di sicuro è un problema solo mio.

Il venerdì, l’ennesima settimana lasciata alle spalle. Tante cose fatte, eppure troppe lasciate in sospeso e il sonno che s’accumula. E l’ansia da prestazione per il weekend, puntualmente già pieno di impegni incastrati al millimetro.
A me il weekend mette agitazione, stipato com’è di tutte quelle commissioni e lavori e lavoretti e obblighi, fra i quali sgomita il tempo per riposarsi, per oziare, per andare in giro. Anche se detesto l’idea di passare la mattina a dormire.

Io preferisco le sere della settimana, mi piace uscire dopo il lavoro: aperitivi con gli amici, yoga, cineforum, e mi piace anche tornare a casa, preparare una buona cena, apparecchiare la tavola per bene, chiacchierare, e poi leggere e bere tisana al finocchio. Come sono banale: mi piace il tempo del relax.

Sto per dire che vorrei aggiungere un paio di giorni alla settimana, ma in realtà quel che ci vorrebbe è uno spazio filtro, tra il venerdì e il sabato.
Oppure, più semplice, aboliamo il venerdì lavorativo.