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San Michele 20 aprile, 2012

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SAN MICHELE, cucina italiana – via Umberto I, 33, Avigliana (TO).

Nel centro storico di Avigliana, il San Michele sta tra i portici, il selciato, gli archi aguzzi e la pioggia. Suoniamo, e il maître ci fa accomodare in questa casa medievale: la sala è piccola, i coperti pochi e i tavoli sono apparecchiati con tovaglie neutre e bicchieri in vetro colorato che mettono subito allegria. L’atmosfera soft e il jazz di sottofondo fanno capire che nulla è lasciato al caso. La cucina è piemontesissima, gli ingredienti sono più che local e la carta propone più menu degustazione a vari prezzi (dai 20€ in su) e piatti sempre diversi.

L’indecisione regna sovrana, ma a tavola siamo nove e credo che, bene o male, riuscirò ad assaggiare più cose. Quindi mi lancio. Antipasto: tomino di capra al forno con cialda al sesamo e insalata di sedano e miele — le capre in questione sono allevate in Val Sangone, proprio lì dietro l’angolo; secondo: pollo ficatum arrosto con patate e salsa al rafano (io vado matta per il rafano!); ficatum sta per allevato a fichi, pare lo facessero gli egizi. Dagli altri commensali ho piluccato cappellacci, gnocchi, vitello tonnato, rolata di coniglio e fritto misto d’acqua dolce (nella foto è la nonna che se lo sta sbafando contenta, la stessa che qualche minuto dopo diceva che, tanto, il bonet non è mai come quello che fa lei, ehehe). Poi dolce: torta soffice di carote con yogurt e mandorle. Infine caffè con friandise di loro produzione. Anche il pane è fatto in casa, un pane molto particolare e insolitamente sciapo. Vino di uve Avanà, specialità valsusina. Tutto ottimo, ben presentato e nei tempi giusti. Validissimo per mangiare un po’ chic senza spendere tanto. Tutti prezzi sul sito. Più chiaro di così!

È cucina 1 marzo, 2012

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È CUCINA, cucina italiana – via Bertola 27, Torino.

Pare che in questo locale non ci sia mai posto e che per essere sicuri si debba prenotare settimane prima. Sicuramente a cena, È cucina ha un successo clamoroso; a pranzo funziona in modo diverso, ma fonti affidabili mi dicono che è altrettanto soddisfacente.

Non c’è la carta dei piatti, ma solo menu degustazione: pesce, carne, vegetariano, con piatti a sorpresa. A sorpresa nel senso che non te li annunciano prima, ma in generale tutti i menu degustazione sono così, anyway; ovviamente i camerieri si informano se ci sono allergie, idiosincrasie o che altro. La filosofia di questo ristorante – che scopro dopo essere del famoso Cesare Marretti de La prova del cuoco – è quella di preparare piatti di cucina raffinata con pochi ingredienti sempre freschi e tenere così i prezzi molto bassi. Per dire, la spesa è stata di circa 35€ a testa con quattro portate, dolce, bottiglia di vino, acqua, caffè.

Noi abbiamo scelto menu di pesce accompagnandolo con Gewürztraminer. Portata numero uno: carpaccio di spada con melanzana al forno e arancia, morbidissimo, equilibrato, speziato, succoso. Portata numero due: orata al cartoccio con mousse di cime di rapa – più tradizionale ma ottima, con olive taggiasche, pomodorini, capperi; a questo punto eravamo già abbastanza sazi, ma la curiosità era troppa. E quindi, portata numero tre: capesante alla piastra su crema di broccoli – goduriosissime, cinque o sei capesante belle ciccione. Infine il dolce: tortino al cioccolato con cuore fondente profumato al rosmarino e sorbetto alla nocciola. Insomma, rimpinzati a felici.
Grazie a chi ci ha portati – anche perché ci ha pure offerto la cena. Ehehe.

Una foto del locale è in one shot A day – week #8

l’Ostu 8 febbraio, 2012

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L’OSTU, enoteca – via Cristoforo Colombo 63, Torino

Enoteca con cucina, osteria con videopoker, l’Ostu sta lì, in bilico. Da un lato strizza l’occhio alla clientela radical chic che si rifugia fra le pareti di bottiglie, dall’altro cerca di trattenere gli aficionados che ancora fumano appoggiati sul bancone e accompagnano la partita di calcio con un bicchiere di rosso e un paio di spiedini.
A metà fra piola e vineria fra le vie della Crocetta, offre un menu non troppo convincente che rende difficile la scelta: antipasti piemontesi classici, primi un po’ tradizionali e un po’ lucani, secondi che paiono tutti uguali. Alla fine decido per lingua al verde e tajarin castelmagno e salsiccia: buona la lingua – agliosa ma senza eccedere – la pasta meno, un po’ impapocchiata dalla cottura non al dente e dal formaggio che era castelmagno in minimissima parte. Migliore la panna cotta al bicerin che prendo per concludere. Il conto è meno di 25 euro a testa, vino compreso.
Insomma, voto 6: niente di speciale, ma tutto sommato un posto tranquillo dove chiacchierare con gli amici e mangiare qualcosa senza troppe pretese.

Almería > churros y tapas 21 luglio, 2011

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Post gastronomico d’obbligo che completa il racconto del weekend con Lili ad Almería.

i Churros > la giornata inizia – o finisce, dipende da quale fuso orario si adotta, ossia se si intende vivere di giorno oppure di notte – nella churreria sotto casa: i churros con chocolate vengono preparati al momento in un chiosco gestito da soli uomini che si urlano ordini a vicenda e ti servono con la massima cortesia ed efficienza.
Striscioline di pastella fritta con sezione a stella, si ordinano a pezzo e si mangiano in piedi al bancone, oppure si portano via, e in quel caso non si tratta più di striscioline ma di enormi spirali infilate in un cartoccio gigante.
Per sopravvivere all’unto rifiuto il liquore all’anice e butto giù un bicchierino di puro succo di limone, così aspro che la bocca si allappa solo a pensarci ma che salva la giornata.

le Tapas > regione che vai, tapas che trovi. Le uniche tapas che conoscevo erano quelle della Galizia e dei Paesi Baschi, stuzzichini da consumare al bancone per accompagnare il bere. Ecco, ad Almería la finalità è la stessa – mangiucchiare qualcosa per non ubriacarsi – ma le porzioni sono decisamente più interessanti, e con un paio si è fatto pranzo.
La consumazione, ossia il bicchiere (che è scontato sia riempito con qualcosa di alcolico) costa 1,50 – 2,50 €. La tapa è compresa ma non obbligatoria.
I posti più caratteristici, fra quelli che ho visto, sono Casa Puga, la Bien Pagà, entrambi vincitori di qualche premio nella ruta de tapas, e i chiringuitos sulla spiaggia, dove trovare del gran pesce.

Andiamo alla sostanza. Per quanto riguarda il bere i must sono tinto de verano (vino rosso allungato con gazzosa), vermù (altro non è che il vermouth), mosto, lambrusco (sì, proprio lui) e manzanilla (varietà di sherry tipica dell’Andalusia), e si trovano in tutti i bar. Le tapas, invece, cambiano da locale a locale ed è per questo motivo che andar per tapas, tapear, che sia alla barra o seduti, significa girare da un posto all’altro in cerca dei piattini più stuzzicanti. Ce n’è per tutti i gusti: carne, pesce (e che pesce!), verdure, riso.
Io, grazie alla guida ormai esperta di mia sorella, non mi sono fatta mancare nessuna delle più tipiche: migas con sardinas o con pimientos y chorizo (come il cous cous ma fatto di mollica e con tanto immancabile aglio), tostada con tortilla (l’aspetto è quello di una bruschetta), gazpacho, salmorejo (parente del gazpacho), jamon serrano (irrinunciabile), caracoles (lumache, mie adorate), morcilla (sanguinaccio che ho fatto mangiare a Lili perché mi fa senso), carne de toro, habas con jamon (fave), pulpo a la gallega (divino, non vedo l’ora di prepararlo io!), patatas a lo pobre (con cipolle, peperoni, prezzemolo e aglio), pimiento del pequillo (varietà di peperone), cordero al ajillo (una salsina speziata buonissima), patata torera (con aglio, sempre lui, e una ridicola banderilla di sottaceti), pisto (ratatouille), berenjena rebozada con miel (ovvero, melanzana impanata e miele, ottima). Non sono previsti dolci.

Alla fine le tapas, insieme al mare e all’Alcazaba, sono un motivo più che valido per decidere di far tappa ad Almería.

la Betulla 30 maggio, 2011

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LA BETULLA, ristorante – strada Giaveno 29, Trana

Gli passi accanto e neanche lo vedi, in una borgata un po’ insignificante – non me ne vogliano – sulla strada che sale verso Giaveno. Dentro, invece, la sala è raffinata, luminosa, e il carrello di formaggi che troneggia in mezzo ai tavoli già fa capire dove si vuole andare a parare: la cucina del territorio.
Due ricchi menu degustazione, quello della tradizione e quello del mercato, e una decina di piatti à la carte: la scelta è stata ardua, ma alla fine io ho scelto battuta di fassone e un risotto verde con lumache e filone di vitello da estasi. Tutto preparato con cura e piccole accortezze, e servito da un maître premuroso.
Posto chic, cibo chic, prezzo sostenibile – mi hanno detto, e comunque io mi fido della solita guida dei Cento, che quest’anno, per l’occasione è diventata dei Centocinquanta.

Da Matteo 19 maggio, 2011

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DA MATTEO, pesce – via Andrea Doria 7, Diano Marina (IM)

Ristorante “da Matteo”, altrimenti detto Trattoria Cavalleri: non ho mica capito…
Ci è stato consigliato da amici del luogo: posto all’apparenza semplice, fuori dal passeggio dianese, con il dehors che si affaccia in una piazzetta dove i bambini giocano ancora alla settimana.
Il menu è all’incirca sempre lo stesso, le ricette tradizionali – con qualche piccolo divertissement – e anche per questo eccellenti. Qui si bada al contenuto. Frittelle di baccalà con grano saraceno, insalata di polpo e patate, ravioli di borraggine,  grigliata mista di pescato del giorno. Cestino di sfoglia, crema chantilly e frutti di bosco, gelato alla mela affogato nel calvados. Caffè.
La paura passa con 40 euro a testa, senza vino: temevo peggio.

I Valenza 7 aprile, 2011

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I VALENZA, trattoria – via Borgo Dora 39, Torino

Vecchia osteria come non ce n’è tante, dice la guida dei Cento di Torino (Extra Torino, 2009). Indubbiamente, tutto di questo locale riporta la mente a tempi passati.
Ad accogliere i clienti con fare un po’ brusco il vecchio oste, appoggiato con la sedia accanto all’entrata, una porticina bassa con le tendine – che mi ricorda tanto quella della casa dei miei nonni di campagna –  si mimetizza su una delle facciate scalcagnate di Borgo Dora, proprio accanto a quel Cortile del Maglio che va tanto di moda. Soffitto basso, legno scuro alle pareti, diversi orologi a pendolo e paccottiglia varia tanto vecchia quanto improbabile e tavoli apparecchiati alla buona, ma pur sempre con tovaglia e tovaglioli di stoffa; e le due salette si riempiono in fretta.
La lavagna, che fa da menu per tutti, offre piatti della cucina piemontese. Nel complesso il cibo – a parte la pasta e fagioli – non ci sembra chissaché: forse un po’ troppo casalingo. Il caffè della casa, alcolico con scorza di limone, tira su la media in extremis.
Un posto caratteristico, un luogo dove portare amici che vengono da fuori e vogliono assaporare l’atmosfera di una tipica piola dei bassifondi torinesi, ma nulla di più.

Lo Scugnizzo 28 marzo, 2011

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LO SCUGNIZZO, pizzeria – corso San Maurizio 34, Torino

È davvero imperdonabile che non abbia mai scritto della pizzeria dei dintorni che in assoluto preferisco.
Lo Scugnizzo è a Torino da molto tempo, ma ultimamente si è rinnovata ed ha assunto quell’aria di pseudo-design che va tanto nelle pizzerie oggi, e che io non approvo – sono cose mie, e non mi dilungherò oltre, ma se volete un assaggio di quel che intendo pigiate qui.

In ogni caso, l’importante è la pizza. Nasce per il tegamino, ma la versione al mattone è quella che mi piace di più: qui è del tipo napoletano, morbida con i bordi alti. Quello che fa la differenza rispetto ad altre pizzerie è la qualità degli ingredienti; prima fra tutti ‘a pummarola, densa, saporita e piena di sole anziché quella più diffusa che è slacquarissa e acida.
A costo di sembrare monotona e monomanica – anche se in realtà è quello che sono – non mi vergogno a dire che ordino sempre la stessa pizza, quella con la burrata, una bella burratona intera appoggiata mollemente al centro del piatto, con tanto pomodoro condito con un ottimo olio extravergine. Ma la morte sua è l’aggiunta delle olive, taggiasche originali, ovviamente.

Antiche Sere 7 dicembre, 2010

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ANTICHE SERE, cucina piemontese – via Cenischia 9, Torino.

Sarà per la cucina eccellente, sarà per l’atmosfera antica, ma forse questo è il ristorante che preferisco in assoluto.

Nascosta in una viuzza del quartiere Cenisia, è un’osteria che ha mantenuto negli anni la tipica aria della piola: il grande bancone del bar affollato di bottiglie con nomi di un’altra epoca, le piastrelle vissute, la boiserie in legno scuro, gli specchi e le pentole di rame alle pareti. Nelle due piccole sale i tavoli sono apparecchiati con estrema semplicità. La cucina, poi, è quanto di più piemontese si possa mangiare: tomini elettrici, peperoni con la bagna caoda, plin al sugo d’arrosto, stinco di maiale, brasato e polenta, verdure al burro. E i dolci: bonet, pere cotte al cioccolato, e la pannacotta più buona che io abbia mai mangiato. Barbera, amaro e zolletta alcolica prima di uscire per resistere al freddo micidiale di questi giorni.

Non c’è da stupirsi che si debba prenotare almeno una settimana in anticipo per riuscire a trovare posto.

Santa Polenta 12 ottobre, 2010

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SANTA POLENTA, polenta, verdure e dolci – via Barbaroux 33, Torino.

Ottimo posticino in via Barbaroux, l’avevo adocchiato già da tempo e finalmente sono riuscita a provarlo.

Si entra direttamente in cucina, dove due o tre donne spignattano en plein air dietro al bancone, sotto a un bellissimo soffitto antico. Nella stanza accanto tavolini in ferro battuto, sedie in legno pieghevoli, poltroncine, lampade stravaganti, gabbiette per gli uccelli: un arredamento da Gran Balon fatto di pezzi l’uno diverso dall’altro e accostati l’uno all’altro con estremo gusto. Piante, scaffali pieni di libri, una poltrona sormontata di riviste e il pianoforte completano l’atmosfera accogliente di questo locale e mettono subito a proprio agio.

Manco a dirlo, si mangia polenta in quattro o cinque modi diversi che variano ogni giorno; poi molte verdure, torte salate, riso, carne, pesce, e dolci, dolci deliziosi.
Il servizio al tavolo non è contemplato: ci si serve dal frigo e i piatti li si va a prendere al bancone; ma non c’è nulla della freddezza dei self-service. Cucina casalinga, gastronomia chic, ristorante biologico, il Santa Polenta è ottimo per un pranzo sano o semplicemente per leggere e gustare qualcosa di buono.

La Piramide 12 luglio, 2010

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LA PIRAMIDE, gelati e granite – via Po 43, Torino

Frequentatissimo punto di ristoro per gli studenti di Palazzo Nuovo, si rivela essere un’ottima gelateria. Se ne intravede appena l’ingresso accanto al bugigattolo delle pizze. Forse sono i questi i motivi per cui non l’ho mai presa in considerazione… ma mi sbagliavo!

Le granite siciliane sono davvero buone, quasi (quasi!) all’altezza di quelle del Siculo. Io mi sono gustata quella al caffé, non troppo zuccherata, e quella al pistacchio, con i pezzi pestati grossolanamente! Deliziose.

Peppino 28 giugno, 2010

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PEPPINO, pizza, pesce e quel che vuoi – via dei Mercanti 7, Torino.

Ristorantino dall’aria un po’ vintage a due passi da Quadrilatero.
La pizza non l’ho ancora assaggiata, ma il pesce è ottimo, e soprattutto è davvero economico. Tranne il sabato sera, si può prendere il menu a 8.50 € che prevede primo, secondo, contorno e il bere; ovviamente bisogna scegliere, ma il numero di piatti, seppur ridotto rispetto al resto della carte, è nutrito e interessante. Noi abbiamo mangiato dei buonissimi spaghetti aglio, olio e peperoncino, un bel piattone di pescetti fritti ed un’ottima insalata di mare; considerando anche la macedonia extra abbiamo speso 11 € a testa.
Fuori dal menu la scelta è vastissima, anche se il font fronzoluto e fastidioso rende difficoltosa la lettura. Con due antipasti, due secondi di pesce, vino, acqua e caffé si spendono circa 20 € a testa.

In sostanza, è un buon posto da tenere in considerazione se si vuole mangiare bene, in centro e decisamente low cost.

Hot cross buns 2 aprile, 2010

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Che c’è di meglio di un pomeriggio di convalescenza per fare degli esperimenti culinari?

Gli hot cross buns sono dei panini semidolci con uvetta, cannella e chiodi di garofano, ricoperti di glassa. Tipici dei paesi anglosassoni, vengono preparati durante il periodo pasquale, ma direi che sono buoni per qualsiasi occasione.

Non ho saputo resistere e ne ho mangiato uno subito!

L’aglio 19 marzo, 2010

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L’AGLIO, piemontese – via Curtatone 18, Torino.

Piccolo ristorantino di pre-collina, vi si entra dalla piccola porticina sulla strada, cercando di non battere la testa, e si viene accolti da un’enorme testa d’aglio, appunto. Ci si accomoda poi in una sala rustica, osservati da una moltitudine di pesci di legno e materiali di recupero e altre opere d’arte originali. La carte è ricca di piatti tradizionali ma non comuni e ciò rende la scelta davvero ardua: è solo il proposito di tornarvi a farci sciogliere il dilemma. Come hors-d’œuvre, insalata di trippa (cruda) e spinaci novelli (crudi) con pomodori ciliegini, pinoli e olive taggiasche, e insalata di sarset e formaggio caprino. A seguire, morbidissimo guanciale brasato al barolo e entrecôte di angus spessa tre dita guarnita con patata al cartoccio. E infine i dolci; per me, crumble di pere accompagnato da crema al calvados, per Andrea, panna cotta alla lavanda con salsa, o meglio, coulis di frutti di bosco: delle autentiche delizie…

La Mandragola 18 marzo, 2010

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Comunque, tutto questo tormento non mi ha impedito di dedicarmi alle occasioni mondane che si sono presentate copiose; ovviamente questo ha significato mangiare, mangiare e mangiare ancora, scoprendo – e riscoprendo – ottimi posti dove tornare, e altri dove non tornare mai più: per completezza di informazione li recensirò tutti.

LA MANDRAGOLA, piemontese – via XXV Aprile 20, Chianocco (TO).

Nella curiosa ambientazione di una villa anni ’70, al cui ingresso sventola con forza la bandiera NO TAV, un cuoco giovane e appassionato prepara ottimi piatti piemontesi, con voli di fantasia discreti che non guastano mai. Il menù (23 o 25€) prevede quattro antipasti, un primo (ma anche due), un secondo (ma anche due, o il tagliere di formaggi), dolce (ma anche più di uno, o più di due…), caffé, vino, acqua; l’offerta non è mai la stessa e gli ingredienti sono sempre pregiati.
Questa volta abbiamo stuzzicato con focaccia e lardo di Arnad, rosmarino e miele d’acacia per proseguire con sformato di pesce spada e peperoni accompagnato da una crema di avocado e lime, flan di asparagi con pecorino stagionato, crema di champignon con salsiccia impancettata. Ma vorrei aggiungere anche un altro antipasto assaggiato in un’altra occasione che merita una citazione, perché era davvero eccezionale: insalata di sedano e pere, sormontata da un tomino lardellato e condita con olio, aceto balsamico e miele. Yum… Il primo – ne abbiamo preso uno solo – prevedeva un piatto di buonissimi gnocchi al basilico con salsa alla robiola; di secondo, invece, lonza di maiale con pere al cognac. Con i dolci abbiamo voluto strafare; non sapendo quali scegliere li abbiamo presi tutti: mousse ai frutti di bosco, bavarese all’arancia, crostata di albicocche; e non ci siamo affatto pentiti!

In vino veritas 13 febbraio, 2010

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IN VINO VERITAS, calabrese – via Giulia di Barolo 50, Torino.

Chiassosa osteria di piazza Santa Giulia dall’atmosfera piacevole. Si mangia a lume di candela sotto lo sguardo vigile delle locandine di vecchi film; e si mangia bene a prezzi abbastanzi contenuti. Burrata, orecchiette fatte in casa, melanzane con scamorza, polpette al sugo, salsiccia alla piastra, chips di patate con semi di finocchio, semifreddo al torroncino e torta cioccolato e pere. E poi il vino, rosso e leggero che scioglie la lingua e rende fluido ogni discorso.
Solo il servizio è un po’ lento, ma non costituisce un problema per chi, in realtà, considera la cena una scusa per chiacchierare con gli amici.

Parma Vecchia 6 febbraio, 2010

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OSTERIA PARMA VECCHIA, emiliano – via  Beinasco 5, Torino

Ne sono uscita dicendomi che non avrei mangiato mai più. Se avessi saputo che saremmo andati a cena lì mi sarei preparata nei giorni precedenti; ma abbiamo avuto la sfacciata fortuna di trovare posto, pur telefonando – a caso, perché non si sa mai – alle 18 di sabato per la sera stessa. E alla Parma Vecchia bisogna prenotare a distanza di un paio di settimane prima almeno! Il perché è presto detto: il locale è piccolino e non c’è ricambio di tavoli.
Il menù è fisso, gli ingredienti sono di qualità ed è tutto fatto a mano dalla moglie del simpatico oste che, con quel suo gradevole accento emiliano, ci ha accompagnati per tutta la cena.
Il percorso è lungo e bisogna tenersi per arrivare fino alla fine: il fatto che non portino il pane è già indicativo.
Noi abbiamo cominciato con crostini con vellutata di mortadella e maionese aromatizzata con erba cipollina, che danno alla cuoca il tempo di preparare lo gnocco fritto – ottimo e leggerissimo – da riempire con il prosciutto crudo, di Parma ovviamente. A seguire, tris di primi che consisteva in tortelloni alle erbette conditi con burro, pepe e parmigiano, spaghetti giganti al sugo di cinghiale, e zuppa di porri e patate. Dopodiché i secondi: stinco di maiale al forno e capocollo cotto nel latte con purée di patate. Infine scelta di dolci, fra i quali spiccavano il gelato alla crema con salsa di marroni e il tiramisù. Il tutto annaffiato da un piacevole Lambrusco. Caffé, ammazzacaffé, paghiamo 27 € scarsi a testa ed usciamo rotolando felici.

Finocchini di Refrancore 10 gennaio, 2010

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A Emma piacciono i finocchini…
… e se li prepara pure con buoni risultati!

venticinque – capitolo 3 17 ottobre, 2009

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L’orribile gasteropode.

La festa è continuata anche domenica a pranzo; perché – come dice mia madre – Andrea ha capito che il miglior modo per assicurarsi la benevolenza del mio cuore è quello di nutrire a sufficienza il mio stomaco… E dunque, lui e gli altri amici hanno organizzato per me un pranzo a sorpresa in un agriturismo nell’astigiano.

Al Le Chiocciole di Roatto si mangiano lumache. A me le lumache piacciono tantissimo; e i miei cari amici lo sanno, tanto che mi hanno portata lì pur essendo io l’unica consumatrice di molluschi gasteropodi. Mi hanno messo un bel bavaglino giallo e via con le portate: lumache in umido con i fagioli, spiedini di lumache in pastella, tagliolini al ragout di lumache, lumache in guscio con gran sugo premiato. Non è che tutti gli altri siano rimasti a guardarmi schifati e digiuni: per loro menu piemontese, più tradizionale, ma altrettanto buono.
Alla fine la signora ha portato una ciotola assaggio di lumache per tutti e qualche temerario ha provato e persino gradito!

venticinque – capitolo 1 12 ottobre, 2009

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Nonni e giapponesi

Per la sera del mio compleanno non era prevista nessuna festa specialissima. Io e mia sorella avevamo voglia di giapponese e, già da tempo, avevamo organizzato una cena con genitori e rispettivi fidanzati al ristorante Wasabi di Torino (uno dei pochi dove il cuoco è giapponese sul serio); poi – un po’ per stare insieme, un po’ per ridere e un po’ per sfatare vecchi pregiudizi – abbiamo invitato anche i nonni: Rita, 85, e Pinin, 91. Inizialmente hanno fatto un sacco di storie: «No! Non ci veniamo! Non vogliamo mangiare insetti! Riso e pesce, dite? Eh, ma chissà come li preparano?! Perché ci volete fare questo?»; insomma, sembrava proprio che non volessero partecipare, quando per le dentature anziane non c’è niente di più morbido del riso e del pesce… Con questo argomento, dopo la scenata iniziale, si sono fatti convincere, e così, alle ore 20 del 10 ottobre eravamo tutti seduti, impegnati a sfogliare – da destra a sinistra – il menu, per cercare qualcosa che piacesse loro. Dopo lunghe indecisioni, perché ai nonni il pesce crudo fa sgiai, hanno ordinato anguilla arrosto con salsa di miso, salmone alla griglia e riso; noi altri, invece, abbiamo banalmente scelto zuppa di miso, insalata di alghe saltate, tempura, sushi e sashimi in magna quantitate. E poi, i dolci: musipan e nagasaki con gelato gusto té verde, soia rossa, sesamo nero. Tutto molto buono, servito in un’ambientazione molto autentica da cameriere in kimono.
Alla fine i nonni erano entusiasti, ed io ero molto contenta perché ci tenevo.

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