San Michele

SAN MICHELE, cucina italiana – via Umberto I, 33, Avigliana (TO).

Nel centro storico di Avigliana, il San Michele sta tra i portici, il selciato, gli archi aguzzi e la pioggia. Suoniamo, e il maître ci fa accomodare in questa casa medievale: la sala è piccola, i coperti pochi e i tavoli sono apparecchiati con tovaglie neutre e bicchieri in vetro colorato che mettono subito allegria. L’atmosfera soft e il jazz di sottofondo fanno capire che nulla è lasciato al caso. La cucina è piemontesissima, gli ingredienti sono più che local e la carta propone più menu degustazione a vari prezzi (dai 20€ in su) e piatti sempre diversi.

L’indecisione regna sovrana, ma a tavola siamo nove e credo che, bene o male, riuscirò ad assaggiare più cose. Quindi mi lancio. Antipasto: tomino di capra al forno con cialda al sesamo e insalata di sedano e miele — le capre in questione sono allevate in Val Sangone, proprio lì dietro l’angolo; secondo: pollo ficatum arrosto con patate e salsa al rafano (io vado matta per il rafano!); ficatum sta per allevato a fichi, pare lo facessero gli egizi. Dagli altri commensali ho piluccato cappellacci, gnocchi, vitello tonnato, rolata di coniglio e fritto misto d’acqua dolce (nella foto è la nonna che se lo sta sbafando contenta, la stessa che qualche minuto dopo diceva che, tanto, il bonet non è mai come quello che fa lei, ehehe). Poi dolce: torta soffice di carote con yogurt e mandorle. Infine caffè con friandise di loro produzione. Anche il pane è fatto in casa, un pane molto particolare e insolitamente sciapo. Vino di uve Avanà, specialità valsusina. Tutto ottimo, ben presentato e nei tempi giusti. Validissimo per mangiare un po’ chic senza spendere tanto. Tutti prezzi sul sito. Più chiaro di così!

È cucina

È CUCINA, cucina italiana – via Bertola 27, Torino.

Pare che in questo locale non ci sia mai posto e che per essere sicuri si debba prenotare settimane prima. Sicuramente a cena, È cucina ha un successo clamoroso; a pranzo funziona in modo diverso, ma fonti affidabili mi dicono che è altrettanto soddisfacente.

Non c’è la carta dei piatti, ma solo menu degustazione: pesce, carne, vegetariano, con piatti a sorpresa. A sorpresa nel senso che non te li annunciano prima, ma in generale tutti i menu degustazione sono così, anyway; ovviamente i camerieri si informano se ci sono allergie, idiosincrasie o che altro. La filosofia di questo ristorante – che scopro dopo essere del famoso Cesare Marretti de La prova del cuoco – è quella di preparare piatti di cucina raffinata con pochi ingredienti sempre freschi e tenere così i prezzi molto bassi. Per dire, la spesa è stata di circa 35€ a testa con quattro portate, dolce, bottiglia di vino, acqua, caffè.

Noi abbiamo scelto menu di pesce accompagnandolo con Gewürztraminer. Portata numero uno: carpaccio di spada con melanzana al forno e arancia, morbidissimo, equilibrato, speziato, succoso. Portata numero due: orata al cartoccio con mousse di cime di rapa – più tradizionale ma ottima, con olive taggiasche, pomodorini, capperi; a questo punto eravamo già abbastanza sazi, ma la curiosità era troppa. E quindi, portata numero tre: capesante alla piastra su crema di broccoli – goduriosissime, cinque o sei capesante belle ciccione. Infine il dolce: tortino al cioccolato con cuore fondente profumato al rosmarino e sorbetto alla nocciola. Insomma, rimpinzati a felici.
Grazie a chi ci ha portati – anche perché ci ha pure offerto la cena. Ehehe.

Una foto del locale è in one shot A day – week #8

l’Ostu

L’OSTU, enoteca – via Cristoforo Colombo 63, Torino

Enoteca con cucina, osteria con videopoker, l’Ostu sta lì, in bilico. Da un lato strizza l’occhio alla clientela radical chic che si rifugia fra le pareti di bottiglie, dall’altro cerca di trattenere gli aficionados che ancora fumano appoggiati sul bancone e accompagnano la partita di calcio con un bicchiere di rosso e un paio di spiedini.
A metà fra piola e vineria fra le vie della Crocetta, offre un menu non troppo convincente che rende difficile la scelta: antipasti piemontesi classici, primi un po’ tradizionali e un po’ lucani, secondi che paiono tutti uguali. Alla fine decido per lingua al verde e tajarin castelmagno e salsiccia: buona la lingua – agliosa ma senza eccedere – la pasta meno, un po’ impapocchiata dalla cottura non al dente e dal formaggio che era castelmagno in minimissima parte. Migliore la panna cotta al bicerin che prendo per concludere. Il conto è meno di 25 euro a testa, vino compreso.
Insomma, voto 6: niente di speciale, ma tutto sommato un posto tranquillo dove chiacchierare con gli amici e mangiare qualcosa senza troppe pretese.

Almería > churros y tapas

Post gastronomico d’obbligo che completa il racconto del weekend con Lili ad Almería.

i Churros > la giornata inizia – o finisce, dipende da quale fuso orario si adotta, ossia se si intende vivere di giorno oppure di notte – nella churreria sotto casa: i churros con chocolate vengono preparati al momento in un chiosco gestito da soli uomini che si urlano ordini a vicenda e ti servono con la massima cortesia ed efficienza.
Striscioline di pastella fritta con sezione a stella, si ordinano a pezzo e si mangiano in piedi al bancone, oppure si portano via, e in quel caso non si tratta più di striscioline ma di enormi spirali infilate in un cartoccio gigante.
Per sopravvivere all’unto rifiuto il liquore all’anice e butto giù un bicchierino di puro succo di limone, così aspro che la bocca si allappa solo a pensarci ma che salva la giornata.

le Tapas > regione che vai, tapas che trovi. Le uniche tapas che conoscevo erano quelle della Galizia e dei Paesi Baschi, stuzzichini da consumare al bancone per accompagnare il bere. Ecco, ad Almería la finalità è la stessa – mangiucchiare qualcosa per non ubriacarsi – ma le porzioni sono decisamente più interessanti, e con un paio si è fatto pranzo.
La consumazione, ossia il bicchiere (che è scontato sia riempito con qualcosa di alcolico) costa 1,50 – 2,50 €. La tapa è compresa ma non obbligatoria.
I posti più caratteristici, fra quelli che ho visto, sono Casa Puga, la Bien Pagà, entrambi vincitori di qualche premio nella ruta de tapas, e i chiringuitos sulla spiaggia, dove trovare del gran pesce.

Andiamo alla sostanza. Per quanto riguarda il bere i must sono tinto de verano (vino rosso allungato con gazzosa), vermù (altro non è che il vermouth), mosto, lambrusco (sì, proprio lui) e manzanilla (varietà di sherry tipica dell’Andalusia), e si trovano in tutti i bar. Le tapas, invece, cambiano da locale a locale ed è per questo motivo che andar per tapas, tapear, che sia alla barra o seduti, significa girare da un posto all’altro in cerca dei piattini più stuzzicanti. Ce n’è per tutti i gusti: carne, pesce (e che pesce!), verdure, riso.
Io, grazie alla guida ormai esperta di mia sorella, non mi sono fatta mancare nessuna delle più tipiche: migas con sardinas o con pimientos y chorizo (come il cous cous ma fatto di mollica e con tanto immancabile aglio), tostada con tortilla (l’aspetto è quello di una bruschetta), gazpacho, salmorejo (parente del gazpacho), jamon serrano (irrinunciabile), caracoles (lumache, mie adorate), morcilla (sanguinaccio che ho fatto mangiare a Lili perché mi fa senso), carne de toro, habas con jamon (fave), pulpo a la gallega (divino, non vedo l’ora di prepararlo io!), patatas a lo pobre (con cipolle, peperoni, prezzemolo e aglio), pimiento del pequillo (varietà di peperone), cordero al ajillo (una salsina speziata buonissima), patata torera (con aglio, sempre lui, e una ridicola banderilla di sottaceti), pisto (ratatouille), berenjena rebozada con miel (ovvero, melanzana impanata e miele, ottima). Non sono previsti dolci.

Alla fine le tapas, insieme al mare e all’Alcazaba, sono un motivo più che valido per decidere di far tappa ad Almería.

la Betulla

LA BETULLA, ristorante – strada Giaveno 29, Trana

Gli passi accanto e neanche lo vedi, in una borgata un po’ insignificante – non me ne vogliano - sulla strada che sale verso Giaveno. Dentro, invece, la sala è raffinata, luminosa, e il carrello di formaggi che troneggia in mezzo ai tavoli già fa capire dove si vuole andare a parare: la cucina del territorio.
Due ricchi menu degustazione, quello della tradizione e quello del mercato, e una decina di piatti à la carte: la scelta è stata ardua, ma alla fine io ho scelto battuta di fassone e un risotto verde con lumache e filone di vitello da estasi. Tutto preparato con cura e piccole accortezze, e servito da un maître premuroso.
Posto chic, cibo chic, prezzo sostenibile – mi hanno detto, e comunque io mi fido della solita guida dei Cento, che quest’anno, per l’occasione è diventata dei Centocinquanta.

Da Matteo

DA MATTEO, pesce – via Andrea Doria 7, Diano Marina (IM)

Ristorante “da Matteo”, altrimenti detto Trattoria Cavalleri: non ho mica capito…
Ci è stato consigliato da amici del luogo: posto all’apparenza semplice, fuori dal passeggio dianese, con il dehors che si affaccia in una piazzetta dove i bambini giocano ancora alla settimana.
Il menu è all’incirca sempre lo stesso, le ricette tradizionali – con qualche piccolo divertissement – e anche per questo eccellenti. Qui si bada al contenuto. Frittelle di baccalà con grano saraceno, insalata di polpo e patate, ravioli di borraggine,  grigliata mista di pescato del giorno. Cestino di sfoglia, crema chantilly e frutti di bosco, gelato alla mela affogato nel calvados. Caffè.
La paura passa con 40 euro a testa, senza vino: temevo peggio.

I Valenza

I VALENZA, trattoria – via Borgo Dora 39, Torino

Vecchia osteria come non ce n’è tante, dice la guida dei Cento di Torino (Extra Torino, 2009). Indubbiamente, tutto di questo locale riporta la mente a tempi passati.
Ad accogliere i clienti con fare un po’ brusco il vecchio oste, appoggiato con la sedia accanto all’entrata, una porticina bassa con le tendine – che mi ricorda tanto quella della casa dei miei nonni di campagna –  si mimetizza su una delle facciate scalcagnate di Borgo Dora, proprio accanto a quel Cortile del Maglio che va tanto di moda. Soffitto basso, legno scuro alle pareti, diversi orologi a pendolo e paccottiglia varia tanto vecchia quanto improbabile e tavoli apparecchiati alla buona, ma pur sempre con tovaglia e tovaglioli di stoffa; e le due salette si riempiono in fretta.
La lavagna, che fa da menu per tutti, offre piatti della cucina piemontese. Nel complesso il cibo – a parte la pasta e fagioli – non ci sembra chissaché: forse un po’ troppo casalingo. Il caffè della casa, alcolico con scorza di limone, tira su la media in extremis.
Un posto caratteristico, un luogo dove portare amici che vengono da fuori e vogliono assaporare l’atmosfera di una tipica piola dei bassifondi torinesi, ma nulla di più.