Everyday life, week 27

Rosso come il cielo, quando le rondini si affrettano negli ultimi giri della giornata e i comignoli chiacchierano; come una strada di tegole bollenti; come una casa incastonata fra le montagne. Verde come un parco che ho scoperto da poco, bello, selvatico e proprio vicino a casa; come le piante che respirano al massimo del loro fulgore. Blu come la vecchia carta da parati che ormai si sgretola; come il sollievo di un bagno nell’acqua fresca del lago.

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Everyday life, week 26

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L’ipnosi catartica delle onde che si infrangono sui sassi.

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Tornare al mare è ritrovare posti del cuore, che sanno di sale e di fichi.

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È farsi inghiottire dal blu, immenso e bellissimo.

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È seguire i motorini locali per scoprire angoli nuovi.

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È prendere la bicicletta scalcagnata, quella che sta in cantina tutto l’anno, e nonostante la scomodità farsi portare dai pedali fin dall’altro lato del capo.

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È ripartire alle sei del lunedì mattina pur di rimandare il distacco fino all’ultimo minuto.

il Deccan #5 / Mysore

La tappa successiva è Mysore: dista meno di 400 km da Tiruvannamalai, ma serve tutta la giornata per percorrerli con il pulmino. Per metà del viaggio la strada è piena di buche, che da un lato costringono l’autista ad andare più piano del solito, ma che, in compenso, regalano un po’ di mal di mare. Dai finestrini si intravedono i villaggi di queste zone rurali. Fra le cose strane che mi saltano all’occhio c’è la contraddizione tra la quantità di parabole per la televisione e l’uso dei ferri da stiro in ghisa, nelle stirerie che si affacciano sulla strada.

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Lasciando il Tamil Nadu, per entrare nel Karnataka, il paesaggio cambia diverse volte. Compaiono colline rocciose striate di nero, poi altre colline verdissime, con quelle rocce che sembrano in bilico sulla vegetazione, poi le risaie, i palmeti e le piantagioni di banane. Ogni tanto si scorgono grossi termitai, dipinti di rosso con chissà quale polvere.

L’autista sceglie un ristorante sulla strada che sia all’altezza dei nostri minimi standard di pulizia, ma lo stile è sempre quello indiano. Rispetto al numero dei tavoli, ci sono camerieri in abbondanza e ognuno ha un compito ben preciso: c’è chi porta l’acqua, chi prende le ordinazioni (e chi osserva, metti mai che serva assistenza), chi porta i piatti e chi le portate; poi chi raccoglie i piatti sporchi e chi i bicchieri, e via, si potrebbe andare avanti a parlare delle altre figure del locale, il direttore, il cassiere, gli addetti alla pulizia.
Anche l’autostrada è un bell’argomento. Le corsie sono separate, ma è normale che le persone attraversino a piedi; gli operai dipingono strisce in mezzo al traffico; i camion trasportano anche gente in piedi, nel cassone; ci sono autobus stipati di ragazzini che si sbracciano a salutare; tutti i veicoli sono dipinti e riportano benedizioni, con delle scritte invitano a suonare il clacson e indicano anche qual è il segnale luminoso dello stop, per differenziarlo dalle altre luminarie. Ai bordi della carreggiata si vedono case tranciate a metà dal passaggio dell’autostrada, ma poi lasciate lì, così. Incredibilmente, tutti i conducenti di moto e motorini portano il casco, persino gli autisti dei rickshaw, ma non vale la stessa cosa per i loro passeggeri (che sono anche più di uno).

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Mysore ha il respiro di una città regale: strade grandi, viali alberati, parchi. Nel cuore della città, il grande Palazzo del Maharaja, con il suo parco, il tempio e le piccole abitazioni annesse, racconta che Mysore è stata per secoli la capitale di un regno autonomo. Un tripudio eclettico di elementi indiani e saraceni, completamente tempestato di lampadine che di sera lo illuminano a giorno. Nonostante sia tenuto alla maniera indiana, un po’ approssimativa, l’interno è sorprendente.

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Il centro della città è decadente e caotico. Gli affascinanti edifici coloniali si alternano costruzioni vecchie e nuove di scarso interesse; ma comunque, tutto è uniformato da una colorata scenografia di cartelli pubblicitari e bandiere che celebrano la festa dell’indipendenza. Il mercato di Devaraja è uno dei luoghi più caratteristici da visitare, racchiuso tra alte mura: montagne di banane, cipolle, cocchi e varia verdura, frutta e foglie sconosciute, montagne di fiori, muraglie di cubetti di zucchero, arnesi dall’utilità ignota e piramidi di polveri colorate.

Il pranzo all’Hotel RRR è una delle esperienze più puramente south indian. Seduta su una pesante sedia di legno, in una sala affollata, spazzata dalle folate dei ventilatori, un cameriere mi porta una foglia di banano e un bicchiere d’acqua per lavarla: sarà il mio piatto. Il thali che ordino è ottimo: l’addetto al riso smestola giù una bella montagnetta in mezzo alla foglia, l’addetto alle ciotoline porta sambar di lenticchie, zuppa di tamarindo, mango sottaceto, yogurt salato e un misto di verdure cotte, l’addetto ai papadum gira con la sua pila di dischi fritti. Non sono previste posate e dai tavoli vicini mi fanno cenno di mangiare con le mani, dopo aver versato le ciotoline sul riso. Non è esattamente comodo e, dopo vari tentativi, riesco a fermare un cameriere per chiedere un cucchiaio: guarda caso, ne ha proprio uno in tasca e me lo offre prontamente. Ringrazio e ricomincio a mangiare con le mani. Morale della favola: in India sono sempre le tue mani la cosa più pulita di cui potrai fidarti.

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Everyday life, week 22

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Quando ancora a giugno c’era gente che metteva il piumino.

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Il karma che mi minaccia uscendo da un biscotto cinese.

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Bellezza pura nel giardino segreto.

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Acquerello en plain air.

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Nespole di città.

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Anche se potrebbe sembrare, quello laggiù non è il Taj Mahal.

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Luoghi destinati a scomparire, ma che rimarranno per sempre come luoghi dell’anima.