Come Dio comanda


Sicuramente il nuovo film di Gabriele Salvatores – tratto dall’omonimo romanzo di Ammaniti – è da digerire, da valutare a mente fredda, perché è così buio ed angosciante che al primo impatto ho pensato “non mi piace”.

Ai piedi delle alpi friulane – in un paesaggio a cui io sono affezionata, e Andrea ancora di più, ma talmente trasfigurato da sembrare un luogo “cattivo” – una famiglia sui generis vive di rabbia ed emarginazione: sono Rino Zena (Filippo Timi), giovane padre  attaccabrighe e nazista, e suo figlio, Cristiano (Alvaro Caleca), un adolescente allevato all’insegna del disprezzo verso il mondo esterno, legato al padre da un amore esclusivo e passionale; ai due si affianca un terzo componente, Quattroformaggi (Elio Germano), ex collega di Rino diventato matto dopo un incidente sul lavoro. Sono personaggi malvagi ed innocenti insieme, indotti al male da povertà, disoccupazione, ignoranza.

La precaria situazione precipita in una notte di freddo, pioggia e fango, quasi a compiere il destino dei tre: tutto avviene come da manuale, in modo fin troppo prevedibile ed esasperato, e l’angoscia monta di fronte all’inevitabile tragedia, nella speranza che capiti qualcosa che la scongiuri. E anche il finale – devo dirlo – me lo aspettavo.

L’interpretazione del cast è eccezionale, anche se Germano a mio parere è stato più convincente in altri film, come ad esempio Mio fratello è figlio unico. Filippo Timi e l’esordiente Caleca sono davvero bravi. Una nota di merito va anche a Fabio De Luigi per la prima volta in un ruolo non comico, nei panni dell’assistente sociale. Ottima regia, indubitabile, e fotografia intensa, che riesce a dare al paesaggio quella dimensione astratta, tra cave di pietra, legnaie, lande desolate, anonime villette e generici centri commerciali.

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