Bei film


IL PROFETA
Jacques Audiard, 2009.

Ovvero, come entrare in prigione da piccolo delinquente analfabeta ed uscirne da criminale professionista, colto e potente.
La discesa agli inferi di un diciannovenne, Malik El Djebena, condannato a sei anni di carcere durante i quali dovrà apprendere come volgere a proprio favore ogni situazione: imparerà ad uccidere per non morire, imparerà a leggere e a scrivere, per non soccombere imparerà il dialetto corso e rincorrerà le proprie radici arabe, dai marsigliesi imparerà a trattare e da un amico a voler bene, forse.

Non è un prison drama all’americana, né un documentario, ma un pugno che ti tiene stretto lo stomaco per l’intera durata del film, forse oltremodo lungo, ma efficace nel suo intento. Una narrazione imprevedibile, in cui la realtà del carcere viene mostrata senza cadere nel melodramma. Un film estremamente elegante – inevitabilmente penalizzato dal doppiaggio italiano – frutto di un’ottima regia a servizio di una sceneggiatura solida e di una strepitosa fotografia.

HAPPY FAMILY
Gabriele Salvatores, 2010.

Una commedia divertente e leggera, ma dichiaratamente ispirata dalla paura; non da una in particolare, da quella paura indefinita: malinconia, sconforto, incertezza, quel sentimento appiccicoso  nel quale siamo immersi. Tutti i personaggi hanno paura di qualcosa: di annoiarsi, di essere felici, di puzzare, di morire, di crescere, di svegliarsi disamorati o omosessuali.

Ci sono due sedicenni decisi a sposarsi; c’è la famiglia di lui, alto-borghese, e c’è la famiglia di lei, post-fricchettona. C’è uno scrittore che racconta la storia; c’è un cane; c’è una bicicletta; c’è Milano. Una Milano che ha due facce; la prima è quella su cui si muovono le vicende dei personaggi: costruita, falsa, dipinta con i colori squillanti dei musical anni Cinquanta; la seconda è quella reale, in bianco e nero, accompagnata dalle note di Chopin. Il film procede allo stesso modo, per contrasti, tra finzione e realtà, tra gag e inquietudini, battute e batoste.

Caratterizzato da una cura artistica e produttiva superiore alla media, il film riflette anche sull’idea di famiglia cinematografica – quella di Salvatores – rappresentata da Abatantuono e Bentivoglio, nella loro forma migliore: giovani viaggiatori senza frontiere in Marrakech Express e oggi padri di famiglia, ugualmente disponibili alle avventure che la vita offre loro.


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...