Porco Rosso


Porco Rosso
Hayao Miyazaki, 1992

Meglio porco che fascista.

Nel primo dopoguerra, Marco Pagot – soprannominato Porco Rosso in seguito ad un misterioso maleficio che l’ha trasformato in maiale – è il più famoso pilota di idrovolanti e cacciatore di taglie. I suoi nemici sono temibili pirati dell’aria che saccheggiano l’Adriatico. Alle calcagna di Porco Rosso, già braccato dall’aviazione fascista, si metterà anche Curtis, un pilota americano deciso a screditare la sua fama.

Ambientato all’inizio degli anni Trenta fra l’Istria e Milano, il lungometraggio di Miyazaki rimane sospeso nella dimensione onirica di un’Italia vista dall’alto: il mare luccica e il sole splende, mentre in città il cielo è plumbeo e i navigli sembrano fiumi. Tutto è illustrato nel minimo dettaglio; basti guardare la precisione riservata al disegno degli aerei. Le immagini – tutte rigorosamente realizzate a mano – sono ricchissime, ma a prima vista lo si percepisce appena e bisognerebbe guardarle con il fermo immagine per scovare tutti i particolari, uno più divertente dell’altro. Palese, invece, è l’omaggio alla storia del cinema; Porco Rosso è vestito come Humphrey Bogart, Curtis ha velleità di attore e Gina – la bella proprietaria di un hotel nel mare – ha il fascino delle grandi dive di Hollywood. E come questi riferimenti più evidenti ce ne sono molti altri: aviatori realmente esistiti, omaggi a fumettisti italiani, personaggi ispirati ad altri cartoni animati.

Porco Rosso è divertente e insieme commovente: è tutto l’amore di Miyazaki per il proprio lavoro, per l’amicizia, per l’indipendenza, per la libertà e per la fantasia.

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