Sono pazzi questi eporediesi


Il Carnevale, questo sconosciuto, per me non ha mai significato granché. E non ho mai provato troppo divertimento per le feste in maschera, neanche quand’ero piccola, mentre mia madre sì che si divertiva a inventare per me e mia sorella i travestimenti più creativi: la fragola, la notte, la nuvola temporalesca. Mai che ci abbia vestite da principessa o da fatina (e forse è stata questa la nostra fortuna).

Per chi abita a Ivrea e dintorni, invece, il Carnevale è un periodo sacro, quasi più del Natale, tanto che si rivedono amici che non si vedevano dall’anno prima e ci si scambia notizie e aggiornamenti. Comunque, il rituale dura diversi giorni e mescola tradizioni medievali, ottocentesche e anche più recenti, come la battaglia delle arance che è la manifestazione più spettacolare. È una cosa da pazzi, ma confesso di aver invidiato un po’ gli aranceri, con la divisa colorata, gli stivali di gomma immersi nella melma, la sacca piena e la faccia sporca: una tre giorni di follia collettiva che dà adito a tanta sana voglia di liberarsi delle negatività di un anno intero. E chi se ne frega dei lividi.

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