Io, una dinamo al Salone del Libro


Il Salone del Libro di Torino per me è come una vacanza in un luogo esotico.
Chi mi conosce sa che la casa editrice che ho contribuito a fondare – questa! – vive di dedizione e passione, e del tempo libero concesso dal lavoro ufficiale – quello che mi dà da mangiare, suvvia, diciamolo. E il Salone del Libro è il momento per mettere in vetrina il lavoro di un anno intero.
Ci si prepara per settimane: una volta saputa la posizione dello stand si pensa all’allestimento, si organizzano gli eventi con gli autori, si preparano i manifesti, le locandine, i segnalibri. Senza contare che a volte si mette in mezzo pure la pubblicazione di un libro, o forse due. Quando si pensa di avere tutto pronto, non si ha mai tutto pronto, ma non importa, perché l’inventiva e lo spirito di sopravvivenza a volte fanno miracoli. E si va in scena, per un tour de force di cinque giorni fantastici. Certo, saranno le vendite a decretare la riuscita della fiera, ma gli aspetti più divertenti sono altri. Sono le persone che incontri, quelle che si interessano ai tuoi libri, ai discorsi sui massimi sistemi dell’editoria e sulle micro case editrici; quelle che fanno i complimenti per il coraggio e per le copertine, anche se alla fine non comprano niente; quelle che chiedono se i segnalibri si possono prendere, quelle che accettano un segnalibro sorridendo quando glielo offri. Sono anche i matti che i segnalibri li portano via a manciate e quelli che vengono a raccontare barzellette o a fare comizi. Sono i coinquilini di stand – loro -, gli autori che si danno da fare a promuovere il loro lavoro e gli amici che fanno un giro, giusto per vedere come stai. E anche i salumieri che ti inseguono con il fondo di prosciutto,  perché ormai l’hanno già impacchettato – sì, al Salone del Libro, mica solo libri… – ed è con questo, due ciuffi d’insalata brucata direttamente dal sacchetto e un paio di bottiglie di Chianti che organizzi un picnic serale. Per non parlare degli affollati aperitivi improvvisati e delle degustazioni, perché non si vive di sola letteratura, scherziamo?
Le giornate sono faticose, il brusio costante e l’impossibilità di guardare fuori ti rendono un po’ alienato e a volte frastornato. Si sta in piedi per ore senza accorgersene, ogni tanto si va a fare un giro e si chiacchiera con gli altri editori, si scoprono libri e si comincia a puntare gli acquisti. Magari si risponde alle domande di qualche giornalista, di speaker radiofonici, di sedicenti blogger, a volte con tanto di telecamera.
Dalle dieci del mattino alle undici di sera, sembra un’infinità, ma il tempo passa persino troppo in fretta, e rimangono ancora le energie per andare alle feste fuori Salone: quelle di Minimum Fax e Fandango sono the place to be, dove vanno tutti quelli che contano – o che ci credono – e fanno i prezzemolini qua e là. Si arriva fashionably late e si va via mezz’ora dopo: in quanto place to be andarci è d’obbligo, non c’è scampo, ma si fanno incontri piacevoli e di solito c’è bella musica.
Quelli sono giorni speciali: si gira a mille e si accumula energia, come una dinamo, alla fine non sei neanche più stanco, solo triste all’idea di dover smontare tutto. È questo che intendo quando scrivo che fare il Salone del Libro per me è come andare in vacanza e forse di più: è talmente straniante che arrivi a pensare che tutto sia possibile. Fino a che non torni bruscamente alla realtà, con gran stridio di freni, e ti ritrovi con una valigia piena di nuovi progetti.

Primo post senza foto da molto tempo.
Era una sfida, ma ovviamente ci sono: qui.

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4 pensieri su “Io, una dinamo al Salone del Libro

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