Perù #3 | La quebrada e l’aguajal


10 agosto // Capita, anche durante la stagione secca, che nella foresta si verifichino violenti acquazzoni gelati, che abbassano drasticamente la temperatura ma non certo il tasso di umidità: risultato, 10 gradi e umidità 100%, un freddo che non avrei mai immaginato di trovare. E non c’è una parete che ti ripari; con tutte quelle zanzariere è come stare all’aperto sempre. Con la nostra guida, ci inoltriamo nella selva armati di stivali di gomma fino alle ginocchia, noi,  e machete, lui, e camminiamo con il naso coperto dal maglione e le mani ben affondate nelle tasche. Dopo due ore abbondanti si arriva alla quebrada di Loboyoc, un piccolo fiume che si snoda tortuoso tra le piante altissime. La nostra barchetta si lascia portare dalla corrente, in silenzio; nell’aria, solo il lieve sciabordio dell’acqua contro lo scafo, il vento che soffia alto sopra le chiome, le grida dei pappagalli, un picchio che batte, il verso gracchiante e un po’ stridulo di un gruppo di tucani che si posa su un albero vicino a noi. Dei caimani neanche l’ombra, se ne stanno riparati: anche per loro fa troppo freddo.

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11 agosto // Al mattino presto, le nuvole sopra la giungla sembrano aprirsi, ma quando ci inoltriamo lungo il sentiero ho addosso ancora tutti gli strati di maglie che sono riuscita a mettere. Dopo una lunga discesa buia, entriamo in un arioso bosco di palme – le aguaje – che crescono in una palude di origine meandrica. L’aguajal è un posto spettacolare e stranissimo. I tronchi, lunghissimi, sottili e quasi bianchi, rendono l’ambiente molto luminoso, mentre l’acqua stagnante rispecchia il cielo, che intanto è tornato azzurro.

Nel giardino botanico del lodge, assaggiamo il cocco appena colto dalla pianta e beviamo l’acqua direttamente dalla noce: è straordinariamente fresca e dissetante. Proviamo anche quella del bambù, tagliato con il machete e pronta in un attimo; poca, però, perché potrebbe farci dimenticare delle persone a cui vogliamo bene. E poi nuove storie di piante, animali, tradizioni, magie e persone; impossibile trattenerle tutte, ma spero che si sedimentino e vengano a galla nei momenti più impensati.

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Puerto Maldonado è un posto pazzesco: una città di frontiera di cercatori d’oro, strade di terra, cani randagi e mototaxi impazziti. Al mercato, i banchi sono stipati di frutta mai vista proveniente dalla selva, foglie giganti usate in cucina, saccate di semi, yucca, patate e banane di tutti i tipi e montagne di souvenir dozzinali, fra i quali si nascondono bracciali di curiosi semini rossi e portachiavi con teste di piranha laccate, vere. Agli angoli delle vie, i banchetti di cibo da strada servono bibite e succhi serviti nei sacchetti di plastica, con tanto di cannuccia, uova di quaglia, frutti di aguaje cotti e spiedini di larve alla griglia.

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Da questo posto infernale comincia il viaggio notturno verso Cusco: dieci ore di pullman su una strada che sale fino a 3.500 metri, attraversando la foresta e altri paesini in stile Far West e cominciando poi una sequenza infinita di tornanti.

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