Perù #6 | Macchu Picchu pueblo


14 agosto // Usciamo da Macchu Picchu molto a malincuore. Decidiamo di scendere a piedi, percorrendo un tratto dell’Inca Trail. La discesa dura un’ora circa, per cinquecento metri di dislivello di ripide scalette in pietra, quelle che uccidono le ginocchia, immerse nella foresta cosiddetta nebulare, tra piante tropicali e colibrì. Arrivati in fondo, ci accasciamo all’ombra su una panca vicino al torrente, prima di riprendere i piedi per arrivare fino al villaggio.

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Dell’originale villaggio di Aguas Calientes – detta anche Macchu Picchu pueblo – non rimane quasi niente. È diventato ormai un centro per turisti: hotel, bancarelle, ristoranti, compongono uno scenario un po’ triste. Tutto è raffazzontato, gli edifici incompleti, fili e cavi volanti che disegnano tetri festoni, le rotaie del treno che passano in mezzo alla via principale. I camerieri buttadentro cercano in ogni modo di convincerti che dovresti proprio scegliere il loro ristorante. I venditori ambulanti provano a venderti souvenir made in China. La gente lavora a testa bassa, trasportando cose. Solo i bambini giocano allegri per i fatti loro, ignorandoti completamente. Ci sono anche i famosi perros sin pelo, cani nudi non particolarmente belli (alcuni sono anche vestiti con maglioncini di lana!). Affamati e provati dalla discesa, ci sediamo a mangiare in un posto qualunque in attesa del treno. Ci siamo già accomodati, quando il cameriere mette in tv una compilation di video di cumbia colombiana. Ecco, io credevo che i video-karaoke dei ristoranti cinesi fossero magnetici a causa della loro bruttezza, ma i colombiani li battono pesantemente e mi ipnotizzano tanto sono agghiaccianti! A parte la colonna sonora, il pranzo è buono. Assaggio finalmente il filetto di alpaca – sì, l’alpaca, uno degli animaletti più fluffy dell’universo – che è di una bontà assoluta: rosso, gustoso e magro.

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Nel viaggio in treno per Ollantaytambo, è bello osservare come il paesaggio cambia gradualmente. Le piante parassita si arrampicano sugli alberi e li fanno sembrare fioriti, poi man mano spariscono, lasciando di nuovo comparire la vegetazione e i colori della sierra.

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Alla stazione di Ollantaytambo, mentre aspettiamo il nostro autista, guardo la gente. Alcune donne che fanno gomitoli e strigliano i bambini, che razzolano indisturbati trascinando bottiglie di plastica legate a cordini lunghissimi che sbattono ovunque; gli autisti dei mototaxi importunano chiunque, e i turisti sperduti cercano il loro contatto con gli occhi sgranati. Il viaggio di ritorno verso Cusco avviene su un taxi impazzito che attraversa la Valle Sacra a tutta velocità, ma sopra di noi la stellata è stupenda.

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