Perù #8 | Sulla sierra, deserta e infinita


16 agosto // La sveglia arriva veramente troppo presto, questa volta: a causa di uno sciopero generale nella regione di Cusco contro i rincari sulla benzina, siamo costretti a prendere il pullman alle tre del mattino per raggiungere in fretta il confine con la regione di Puno, e assicurarci di arrivare a destinazione entro la giornata. Sulla strada, alcuni posti di blocco – pietroni sulla strada e pneumatici incendiati – ci fanno fermare più volte e a lungo. Quando fa giorno, si comincia anche a vedere qualcosa fuori dal finestrino.

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Lasciamo la regione di Cusco attraversando il passo di La Raya, a 4.300 m, e da lì entriamo nella pampa, una prateria infinita ricoperta da bassi arbusti dall’aria secca. Quasi non si incontrano esseri viventi, tranne qualche pastore seduto in mezzo al nulla a pascolare magari una sola pecora, o un maiale. Ogni tanto c’è un gruppetto di case, molte abbandonate e anche diroccate; su alcuni muri le scritte giganti di propaganda politica per l’elezione del nuovo alcalde  – alcalde del nulla, immagino. Anche sulle colline ci sono scritte formate da grandi pietre bianche: le municipalità affittano i pendii come spazi pubblicitari. Sugli stessi pendii, i recinti dei campi seguono percorsi apparentemente casuali. Noto che nessuna casa ha il comignolo; nessuna canna fumaria: il fumo resta tutto dentro… Lungo la strada, incontriamo diversi cimiteri, anche molto molto piccoli, che catturano la mia attenzione. La maggior parte delle tombe sono blu, e alcune sono costruite come piccoli palazzi o chiese.

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Il nostro bus sosta a Pucara, un paesone in mezzo al nulla, che sorge intorno a una grande chiesa coloniale. Nei pressi c’è un sito inca piuttosto grande dov’è possibile vedere i resti di un tempio, dal quale si diparte una rete di cunicoli sotterranei che, secondo leggende, sarebbero lunghi anche centinaia di chilometri.

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Puno, sulle sponde del lago Titicaca a quasi 4.000 m di altitudine, è la meta del nostro viaggio. L’aspetto curioso è che dal centro della città, il lago non si vede! La Catedral è bella, ma ospita gli altari più strambi che abbia mai visto, dipinti di bianco lucido e colori shocking. Capitale del folklore, Puno è invasa da taxi agghindati a festa, con pacchianissime ghirlande colorate sul cofano e sul lunotto posteriore, e le solite invocazioni protettive.

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Puno, in realtà, è una tappa logistica dalla quale partire per l’esplorazione del Titicaca. Bella non è, ma è interessante, a cominciare dal suo mercato coperto che, come tutti i mercati del mondo, riserva le sue sorprese. Compriamo un paio di frutti che non ho mai assaggiato: la granadilla e la chirimoya. La prima è una specie di pallina arancione che al tatto sembra un vecchio giocattolo di plastica, ma che racchiude una polpa gelatinosa che si tira su con il cucchiaino. Sa di succo tropical mix, buona ma senza entusiasmo. La chirimoya, invece, è verde e liscia, un po’ informe e grande come un pugno. La si taglia a metà e si scava la polpa bianca: è dolce e sa di pera e resina allo stesso tempo. Mi piace tantissimo.

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