Perù #9 | Uros e Taquile: sulle isole del Titicaca


17 agosto // Dalla baia di Puno, il Titicaca appare un po’ verde e paludoso, per via delle distese di giunchi che crescono in quest’area. I giunchi sono così fitti, che sono state create vere e proprie strade per consentire alle barche di navigare e raggiungere il Lago Mayor. In questa baia vive la popolazione degli Uros, che nel corso dei secoli ha costruito una città di isole galleggianti proprio con le canne del lago. La sensazione sotto ai piedi è morbida e c’è un forte odore di paglia bagnata, neanche a dirlo. Camminare su questi isolotti è strano: sono elastici e si muovono come onde, quando passano delle barche nei pressi. Tutto è costruito con le canne. Pare che gli Uros ci abitino ancora, anche se la loro economia è ormai totalmente affidata al turismo. Mi riesce difficile pensare che queste persone abitino qui per davvero, sembra più un curioso caso di archeologia sperimentale!

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Taquile, invece, è una delle isole naturali del Titicaca. Grande, anzi, piccola neanche 6 chilometri quadrati, è completamente terrazzata. Il sole picchia, ma l’aria è quasi fredda, ed è faticoso arrampicarsi sulle stradine lastricate che portano su alla plaza de Armas. Qui siamo ospiti di una famiglia di taquileños: la comunità ha sviluppato nel tempo una forma autonoma di gestione del turismo – o almeno, questo è quello che vogliono farci credere – e sull’isola non esistono alberghi o strutture ricettive. Se è per questo, non esistono neanche l’acquedotto, la fognatura, il riscaldamento e la rete elettrica. Le case, sparpagliate su tutta l’isola, sono costruite dagli abitanti con mattoni di terra e coperte con semplici lamiere.

Uno dei bambini della famiglia ci porta a fare una passeggiata sulla estremità nord dell’isola. Salta e corre come una capretta insieme al fratellino a cui deve badare, mentre noi, dietro, arranchiamo, inseguendo ogni singola molecola di ossigeno. Dal punto più alto di Taquile si vede la baia di Puno, l’isola di Amantanì, poco distante, e dall’altro lato, a incorniciare il blu profondo del Lago Mayor, le cime bianchissime della Cordillera Real boliviana.

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Quando il sole tramonta comincia a fare davvero freddo, e già mi sono messa addosso tutto il possibile: maglietta, maglia di lana, pile, sciarpa, giacca. Con nostra grande gioia, la cena arriva presto: zuppa bollente di quinoa, trota alla piastra, riso e patate. Purtroppo, la famiglia ospite non mangia con noi – i taquileños sono molto ospitali ma anche molto timidi – però, per il dopo cena, hanno organizzato balli attorno al fuoco nel cortile. Un tamburo e quattro zampoñas, mentre le donne, dalla nonna alle bambine, ci invitano a ballare.

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Quando la festa termina, i musicisti si congedano e le signore ci baciano per la buona notte, rimango un poco a guardarmi intorno. La casa è buia, nel cortile è rimasta solo la brace; mi affaccio al parapetto, e anche tutto il resto dell’isola è buio. Il cielo è terso e nero, ma la luna quasi piena illumina tutto a giorno; la Cruz del Sur già cala sull’orizzonte, e ci sono migliaia di stelle che non ho mai visto. C’è una pace assoluta e il silenzio è totale. Il lago sembra il mare.

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