Perù #10 | Il mare a quattromila metri


18 agosto // Grazie alle pesantissime coperte, dormo senza avere freddo, ma anche senza riuscire a muovermi; così al mattino ho tutti gli arti anchilosati. La preparazione per la giornata è rapida, approssimativa e richiede un certo spirito di adattamento: non esiste un lavabo e il gabinetto è un casottino in fondo al cortile; due finestrelle senza vetri danno su una splendida vista ghiacciata dell’isola, la carta igienica è sul davanzale e per tirare l’acqua c’è il secchio, fuori. L’erba vicino al bagno è ricoperta di brina.

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Per noi, colazione imperiale con frittelle e una montagna di panqueque, poi mate di coca e di muña, che aiutano ad affrontare l’altitudine.
Nel cortile, la famiglia ospite ha allestito una dimostrazione delle tecniche di tessitura dei loro prodotti. E non sono solo le donne a occuparsene: a Taquile, i cappelli sono realizzati dagli uomini con i ferri da lana, e non è raro vederli in giro con il lavoro sottobraccio.

La popolazione di Taquile è molto legata alla sua tradizione: in particolare, portano costumi diversi dai quechua della terraferma. E tutti li indossano normalmente. Nello specifico, gli uomini portano pantaloni lunghi neri, una camicia bianca spessa con le maniche molto ampie, una fascia ricamata in vita, una borsa per le foglie di coca, e, in testa, un chullo rosso oppure bianco, a seconda che siano sposati o no. Le donne, invece, portano gonne larghe e colorate, sovrapponendole in più strati: nelle occasioni speciali arrivano a indossarne anche venticinque. Inoltre portano un lungo scialle nero, sulla testa, decorato in fondo con dei pon-pon coloratissimi.

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Con due dei ragazzini della famiglia, ci incamminiamo per andare alla spiaggia, all’estremità sud dell’isola. Il Titicaca sembra davvero il mare: scintillante, immenso e blu.
C’è un forte profumo di eucalipti. Quando arriviamo alla playa, rimango a piedi nudi e vado a tastare l’acqua: non è calda, ma pensavo che fosse molto più fredda. La sabbia è chiara e fine, e in un attimo sono di nuovo asciutta.
Le nostre guide ci invitano a salire su una barchetta e fare un piccolo giro attorno a un’isla chiquita che sta poco più in là. La barca dondola paurosamente, ma loro sembrano avere la situazione sotto controllo.

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Torniamo verso casa passando tra le case, le terrazze coltivate e gli ovili – anche le pecore portano i pon-pon! – , tutti sparsi alla rinfusa. Di tanto in tanto, incontriamo qualcuno, anche persone piuttosto anziane, che trasportano grossi carichi sulla schiena, legati con una fascia di stoffa: non capisco perché non usino gli animali.

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Pranzo rapido e saluti, poi via verso il porto, uno diverso rispetto a quello di arrivo: per raggiungerlo bisogna scendere per circa 500 scalini, che variano a seconda di dove metti i piedi, perché è tutto dissestato. La vista sul lago, però è impagabile.

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