Perù #14 | Fra mummie e suore


22 agosto // Nonostante sia il nostro penultimo giorno di viaggio, non c’è fra di noi quel clima da fine vacanza: ci sono ancora cose da fare e da vedere. Dedichiamo la mattina al museo della mummia Juanita, che porta l’attenzione ai sacrifici umani che gli Inca compivano per placare l’ira degli dei. In caso di terremoti o eruzioni vulcaniche, lunghe processioni, che duravano anche mesi, raggiungevano gli alti picchi delle Ande e lì abbandonavano dei bambini. I rampolli delle famiglie più ricche venivano educati fin da molto piccoli a essere sacrificati, in caso di necessità, e di offrivano con entusiasmo per la salvezza del popolo intero. O almeno, questo è quello che si racconta; però, tutto è molto interessante, anche perché si tratta di scoperte recenti. Juanita è stata trovata nel 1995 e si pensa che centinaia di altre mummie siano ancora sui vulcani e sulle cime più alte dell’impero Inca, dal Chile all’Ecuador. Comunque, Juanita è esposta in una cella frigorifera piuttosto buia, e bisogna appoggiarsi al vetro con le mani a binocolo per riuscire a vederla. È in posizione fetale, avvolta in diversi mantelli, ma alcune parti sono scoperte e osservandola sembra che stia soltanto dormendo.

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Nel pomeriggio, poi, visitiamo il convento di Santa Catalina: una città nella città; un labirinto di chiostri e viuzze dipinti di rosso e blu. Il rosso è un fuoco accanto alla pietra bianca, il blu invece lo calma, ed è della stessa tonalità del cielo: forse in un tentativo di portare il cielo dentro le alte mura di questo convento. È un luogo molto rilassante. Le celle delle monache sono delle vere e proprie suite che si alternano a patii alberati. Ognuna ha la propria cucina, completa di forno, fuochi e tutti gli utensili per cucinare: qui il colore è il nero della fuliggine. Ogni scorcio è poetico, con questi colori che si rincorrono. Ma non ci sono solo i colori. Di questo posto ricorderò anche la grande cucina ricavata nella cappella sconsacrata, troppo nera e buia per scattare anche solo una fotografia, e l’obitorio, dove campeggiano i ritratti delle monache, uguali identici a quelli nelle loro stanze, ma con gli occhi chiusi. Un po’ macabro, un po’ ridicolo.

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