il Deccan #3 / Auroville e Chidambaram


India (364)

Auroville dista pochi chilometri da Pondicherry. Spiegare che cosa sia è parecchio complicato e io stessa sono rimasta con tanti punti interrogativi ma, sinteticamente, si può dire che Auroville è una città ideale, fondata alla fine degli anni Sessanta, abitata da una comunità sperimentale di persone provenienti da ogni parte del mondo, che segue gli insegnamenti di Sri Aurobindo e di Mère, la Madre: una sorta di anarchia spirituale, dove ogni cosa è lasciata al buon senso di ognuno, al fine di vivere in pace e armonia.

“Auroville non appartiene a nessuno in particolare. Ma per vivere ad Auroville devi essere il sevitore della Coscienza Divina. Auroville sarà il luogo dell’educazione perpetua, del progresso costante, della giovinezza che non invecchia mai. Auroville vuole essere il ponte tra il passato e il futuro. Traendo vantaggio da tutte le scoperte esteriori e interiori, Auroville si lancerà con coraggio verso le realizzazioni future. Auroville sarà un luogo di ricerca materiale e spirituale per la concretizzazione di una reale Unità Umana”. Carta di Auroville

Per capire realmente che cosa significa e come le cose funzionino all’atto pratico, bisognerebbe trascorrervi un po’ di tempo: la mia visita di una giornata è bastata solo a instillare molte curiosità.
A guardarla, si direbbe che sia soltanto una trama di strade rosse fra la vegetazione rigogliosa. Le costruzioni, immerse nel verde, sono molto distanti tra loro, e pochi sono gli spazi accessibili ai visitatori; questo rende difficile immaginare Auroville come una città abitata secondo l’accezione tradizionale. L’impianto è stato disegnato dall’architetto Roger Anger come una galassia in espansione; al centro di tutto, il Matrimandir (il tempio della Madre), un geode ricoperto di dischi dorati, che racchiude una grande sala di meditazione tutta di marmo bianco.

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Le regole per visitare la città sono molto rigide, ma i visitatori sono i benvenuti, anzi, il comparto turistico è molto sviluppato e gli standard sono quelli occidentali. Alla fattoria di Solitude ho pranzato ottimamente con un thali di verdure della fattoria (tra le altre cose, Auroville è famosa per la produzione di cibo super biologico, ma anche di cosmetica e tessuti). A capo della fattoria e del piccolo ristorante c’è un omone inglese che si è fermato ad Auroville vent’anni fa. La mia sensazione è che viva fuori dal mondo e probabilmente è proprio questa la sua scelta: la scelta di vivere ad Auroville sembra essere una fuga estrema, e come tale sembra avere aspetti estremamente positivi, ma anche risvolti molto inquietanti. Sono contenta quando arriva il momento di tornare nell’India vera.

Il traffico nel viaggio verso sud è delirante (non si può descrivere altrimenti) in particolare quando si tratta di passare nuovamente per Pondicherry e di attraversare la ferrovia: con il passaggio a livello chiuso, tutti, ma dico tutti (le auto, i camion, i motorini, i rickshaw, i carretti, le bici, le persone a piedi), si assiepano contro le sbarre, fino ad occupare l’intera via in larghezza, sia da un lato sia dall’altro: impossibile immaginare che, una volta che il passaggio si apra, i due flussi riprendano a scorrere. Eppure, con assoluta naturalezza ognuno ha trovato il proprio spazio ed è riuscito a passare dall’altra parte continuando per la propria strada: un’assoluta magia.

Chidambaram, proprio come Kanchipuram, è una città sacra indù: la dimora di Shiva, in questo caso, è il Thillai Nataraja Temple, un maestoso tempio dai gopuram dipinti in folli colori pastello. All’ora della puja, molti sacerdoti si danno da fare con offerte di fiori e frutta, lunghe foglie di banano e ghee e stoppini per le candele: in tutti i templi indù c’è sempre un intenso profumo di burro fuso. Qui, i sacerdoti portano un dhoti bianco, hanno il cranio rasato in basso e lunghi capelli raccolti in cima alla testa; sono in generale piuttosto giovani e sembrano tutti belli in forma.
Fuori dal tempio, invece, c’è un affollamento di venditori e mendicanti. Alcune persone fanno davvero pena per quanto sono malandate: stanno in terra, dove capita, oppure zoppicano così curve da non riuscire ad alzare lo sguardo. In India, è la sofferenza di molta gente l’ostacolo più difficile da affrontare.

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3 pensieri su “il Deccan #3 / Auroville e Chidambaram

  1. Mi colpisce l’immagine del geode ricoperto da dischi dorati. Esteticamente mi sembra la cosa più interessante. Mi fa pensare ad una pallina da golf per golfisti straricchi (è dorata!) che popolano il paese di Lilliput (dove tutti noi siamo i lillipuziani e Gulliver e i suoi amici sarebbero i giganti che giocano a golf con le palline-geode). Presumo che all’interno del geode non si possa entrare se non si è induisti. Peccato.
    In obbedienza alla Carta di Auroville (per fare da ponte tra passato e futuro) vedo che non mancano le solite insegne della Coca Cola e della Xerox. Loro ci sono sempre e ovunque!
    Colgo la diversità del popolo indiano rispetto a noi occidentali del fatto che si accalcano tutti a ridosso delle sbarre di un passaggio a livello… mi chiedo: perché? Ma mi rispondo pensando a quante strane cose noi facciamo ai loro occhi.
    Ottimo reportage. Grazie Emma!

  2. Anche io l’ho vista subito come una pallina da golf. In realtà, è possibile entrarvi dentro, perché ad Auroville non c’è distinzione tra i credo religiosi: è una sala di meditazione dove ognuno può fermarsi.

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