il Deccan #5 / Mysore


La tappa successiva è Mysore: dista meno di 400 km da Tiruvannamalai, ma serve tutta la giornata per percorrerli con il pulmino. Per metà del viaggio la strada è piena di buche, che da un lato costringono l’autista ad andare più piano del solito, ma che, in compenso, regalano un po’ di mal di mare. Dai finestrini si intravedono i villaggi di queste zone rurali. Fra le cose strane che mi saltano all’occhio c’è la contraddizione tra la quantità di parabole per la televisione e l’uso dei ferri da stiro in ghisa, nelle stirerie che si affacciano sulla strada.

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Lasciando il Tamil Nadu, per entrare nel Karnataka, il paesaggio cambia diverse volte. Compaiono colline rocciose striate di nero, poi altre colline verdissime, con quelle rocce che sembrano in bilico sulla vegetazione, poi le risaie, i palmeti e le piantagioni di banane. Ogni tanto si scorgono grossi termitai, dipinti di rosso con chissà quale polvere.

L’autista sceglie un ristorante sulla strada che sia all’altezza dei nostri minimi standard di pulizia, ma lo stile è sempre quello indiano. Rispetto al numero dei tavoli, ci sono camerieri in abbondanza e ognuno ha un compito ben preciso: c’è chi porta l’acqua, chi prende le ordinazioni (e chi osserva, metti mai che serva assistenza), chi porta i piatti e chi le portate; poi chi raccoglie i piatti sporchi e chi i bicchieri, e via, si potrebbe andare avanti a parlare delle altre figure del locale, il direttore, il cassiere, gli addetti alla pulizia.
Anche l’autostrada è un bell’argomento. Le corsie sono separate, ma è normale che le persone attraversino a piedi; gli operai dipingono strisce in mezzo al traffico; i camion trasportano anche gente in piedi, nel cassone; ci sono autobus stipati di ragazzini che si sbracciano a salutare; tutti i veicoli sono dipinti e riportano benedizioni, con delle scritte invitano a suonare il clacson e indicano anche qual è il segnale luminoso dello stop, per differenziarlo dalle altre luminarie. Ai bordi della carreggiata si vedono case tranciate a metà dal passaggio dell’autostrada, ma poi lasciate lì, così. Incredibilmente, tutti i conducenti di moto e motorini portano il casco, persino gli autisti dei rickshaw, ma non vale la stessa cosa per i loro passeggeri (che sono anche più di uno).

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Mysore ha il respiro di una città regale: strade grandi, viali alberati, parchi. Nel cuore della città, il grande Palazzo del Maharaja, con il suo parco, il tempio e le piccole abitazioni annesse, racconta che Mysore è stata per secoli la capitale di un regno autonomo. Un tripudio eclettico di elementi indiani e saraceni, completamente tempestato di lampadine che di sera lo illuminano a giorno. Nonostante sia tenuto alla maniera indiana, un po’ approssimativa, l’interno è sorprendente.

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Il centro della città è decadente e caotico. Gli affascinanti edifici coloniali si alternano costruzioni vecchie e nuove di scarso interesse; ma comunque, tutto è uniformato da una colorata scenografia di cartelli pubblicitari e bandiere che celebrano la festa dell’indipendenza. Il mercato di Devaraja è uno dei luoghi più caratteristici da visitare, racchiuso tra alte mura: montagne di banane, cipolle, cocchi e varia verdura, frutta e foglie sconosciute, montagne di fiori, muraglie di cubetti di zucchero, arnesi dall’utilità ignota e piramidi di polveri colorate.

Il pranzo all’Hotel RRR è una delle esperienze più puramente south indian. Seduta su una pesante sedia di legno, in una sala affollata, spazzata dalle folate dei ventilatori, un cameriere mi porta una foglia di banano e un bicchiere d’acqua per lavarla: sarà il mio piatto. Il thali che ordino è ottimo: l’addetto al riso smestola giù una bella montagnetta in mezzo alla foglia, l’addetto alle ciotoline porta sambar di lenticchie, zuppa di tamarindo, mango sottaceto, yogurt salato e un misto di verdure cotte, l’addetto ai papadum gira con la sua pila di dischi fritti. Non sono previste posate e dai tavoli vicini mi fanno cenno di mangiare con le mani, dopo aver versato le ciotoline sul riso. Non è esattamente comodo e, dopo vari tentativi, riesco a fermare un cameriere per chiedere un cucchiaio: guarda caso, ne ha proprio uno in tasca e me lo offre prontamente. Ringrazio e ricomincio a mangiare con le mani. Morale della favola: in India sono sempre le tue mani la cosa più pulita di cui potrai fidarti.

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2 pensieri su “il Deccan #5 / Mysore

  1. Questa quinta tappa offre molti spunti di riflessione. La prima cosa che mi viene da pensare è che se mai visiterò l’India porterò con me un set di posate e di piattini da campeggio usa e getta! Mi colpiscono alcune immagini: le polveri coloratissime (per colorare stoffe? o case?) allineate nelle ciotole di metallo; il pavone che ha appena steso i suoi panni e aspetta che asciughino; il sorridente guardiano delle ciabatte che tutte insieme valgono quanto uno dei nostri zoccoli del dr. Scholl; le ragazze che fuori dal palazzo del Maharaja giocano a mosca cieca; mai visto tante lampadine sopra un edificio (e magari la metà è pure fulminata); eccetera…Stupisce l’allegria caotica delle strade con cartelli, moto, pedoni, frutta, banchetti, cavi sospesi, bandiere, cartacce, panetti di cera, taxi Ape, e camerieri che circolano tra i tavoli per offrire ai clienti invitanti forchette lucide e brillanti (!) che magicamente sbucano dalle loro tasche…
    Cara Emma, ben tornata in Italia!

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