il Deccan #6 / i Giainisti, gli Hoysala e lo zucchero di canna


Lungo la strada che da Mysore si dirige verso nord, si estendono grandi piantagioni di canna da zucchero. A bordo dei campi, non è raro trovare piccole sugar cane factory, fabbriche di zucchero di canna, appunto. Qui raccolgono e triturano le canne, lasciano bollire il loro succo in enormi padelle di rame, fino a ottenere un caramello liquido; questo viene fatto raffreddare in basse vasche di cemento, per poi essere versato dentro a stampi di legno e ricavarne, infine, cubetti di zucchero. L’ambiente è buio, molto caldo e pieno di vapore, e gli operai si muovono come ombre indaffarate. C’è un senso misto di stupore per il procedimento e di perplessità per condizioni igieniche del luogo.

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Proseguendo verso nord ovest, le piantagioni di canna da zucchero lasciano il posto alle risaie, poi segue una campagna sempre più verde, dove gli orti sono incredibilmente ordinati. I villaggi sono annunciati da portali variopinti, così come sono coloratissime le case decorate con esplosioni di rosa, verde e giallo.

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Arriviamo alla cittadina di Shravanabelagola, una delle più importanti mete di pellegrinaggio per i giainisti. E che cos’è il giainismo? È stata la mia prima domanda, con gli occhi sgranati. Il giainismo è un’antica religione indiana o, meglio, una filosofia di vita, in quanto essa non individua delle divinità definite. Facciamoci aiutare da Wikipedia per capirci qualcosa: “Il giainismo insegna che ogni singolo essere vivente, dal moscerino all’uomo, è un’anima eterna e indipendente, responsabile dei propri atti“. Per semplificare moltissimo, la spiritualità giainista si basa sull’assoluta non violenza e impone uno stile di vita con regole complesse e molto rigide.
Comunque, in cima alla collina di Shravanabelagola, visibile già a chilometri di distanza, si erge un tempio dedicato a Bahubali, uno dei profeti del giainsmo. Per raggiungerlo, bisogna percorrere, scalzi, 600 scivolosi scalini intagliati nella roccia e ormai consumati, nel corso dei secoli, da milioni di piedi di pellegrini. Il tempio, risalente al I secolo d.C., è costruito tutto intorno alla maestosa statua monolitica di Gomateshwara, che ci guarda dai suoi 17 metri d’altezza con la consapevolezza di chi è stato estratto da una pietra sola.

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Inseguiti dal monsone incombente, in un’ora e mezza raggiungiamo i templi della dinastia Hoysala (XII secolo), ad Halebid e a Belur; forse le cose più inaspettate e sorprendenti di tutto il viaggio. Sono costruzioni piccole, basse e dai volumi semplici, ma le intricate sculture che corrono lungo tutto il perimetro li rendono oggetti straordinari. Le fasce di pietra di diversa ampiezza, raccontano le storie della letteratura epica indù e riportano bassorilievi di divinità, fregi intagliati con una minuzia certosina, decorazioni mai uguali di elefanti, tigri, fiori, animali mitologici e cavalieri.

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