Japan 4 / La notte al mercato del pesce

Gli effetti del jet-lag ci permettono una levataccia alle 3 senza fatica. Il taxi scivola tranquillo sulle superstrade sgombre di una Tokyo stranamente silenziosa. Ovviamente il tassista non parla inglese e non è immediato comunicargli la destinazione: ci illudiamo di spiegargliela mostrandogli una mappa scritta in alfabeto latino. Il nostro obiettivo è arrivare allo Tsukiji Market in tempo per assistere all’asta dei tonni, un rituale che si ripete ogni notte nel mercato ittico più grande del mondo, quando i commercianti osservano gli ultimi arrivi e ne contrattano l’acquisto. Solo 120 spettatori sono ammessi e noi, manco a dirlo, rimaniamo fuori. Fastidiosa delusione. È notte fonda e non abbiamo nessuna voglia di un altro giro di taxi per tornare in hotel.

Alcuni addetti ci fanno capire che, se evitiamo le guardie e non diamo fastidio, possiamo entrare nel mercato dei grossisti e girare indisturbate. Gli operai e i commercianti sono impegnati nelle attività di preparazione e stoccaggio, mentre un nugolo di pericolosi trabiccoli elettrici si occupa del trasporto. Nei capannoni gli spazi sono molto stretti, il pavimento è bagnato e sporco. Sui banchi ci sono pesci mai visti, di ogni dimensione e colore, e molluschi, altrettanto ignoti. I tonni in attesa di essere sezionati sono lasciati a terra, ancora congelati: quando non viene usata una sega circolare, il taglio del tonno viene effettuato con un coltello tradizionale, oroshi hocho, un oggetto più simile a una katana che a un utensile da cucina.

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Dicono che non si può dire di aver visitato davvero lo Tsukiji Market senza aver fatto una colazione a base di sushi (o forse pranzo, dipende da quanto si è fortunati).
In un angolo c’è una piccola area fitta di ristoranti microscopici che usano i prodotti freschissimi del mercato: il Sushi Dai ha una coda notevolmente più lunga degli altri e una ragione ci sarà. È l’alba quando ci mettiamo in fila. A turno andiamo a vedere le botteghe vicine, microscopiche quanto i ristoranti, dove vendono un po’ di tutto: dai coltelli alle bacchette, dalle ceramiche alle lacche alle pentole, dalle radici di wasabi agli snack come la frittata da passeggio, una specie di spiedino che mi salva la colazione.
L’attesa è molto lunga: sei ore durante le quali la cameriera porta acqua a più riprese e anche un ombrello quando il sole esce arrabbiato dalle nuvole. Finalmente, dopo aver passato gli ultimi minuti con il naso appiccicato al vetro della porta, entriamo.
Il bancone in legno chiaro di questo tempio del sushi ospita solo una decina di persone, appollaiate vicine vicine su sgabelli alti. Dall’altra parte, i sushiman preparano le porzioni una per volta come se stessero offrendo uno spettacolo ai clienti, raccontando per ogni pezzo il tipo di pesce usato e la ricetta del condimento. La qualità degli ingredienti è elevatissima e il sapore del pesce nasconde già una dolente nota di nostalgia. Sì, ne è valsa la pena.

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