Pavlov mon amour

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Ancora immaginate Torino come una città grigia?
Sì, a volte e così, ma altre volte persino novembre riesce a regalare giornate come queste. Il cielo limpido e il sole appena tiepido ti impediscono di restare in casa, ed è ancora bello girare in bicicletta, senza che si inneschi un principio di congelamento. Pavlov mon amour.
Sono giornate in cui le montagne si fanno quinta teatrale per la città. La vista delle montagne innevate in fondo a una via qualunque mi farà impazzire per sempre. La luce netta mette in risalto ogni dettaglio: gli spigoli degli edifici, le loro decorazioni, una ragnatela sul ponte, ogni singola foglia di un ginko esploso come un’immenso fuoco d’artificio ai giardini Cavour.

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Fall #3 | Per le strade selvagge del Mercantour

C’è questa strada che da Briançon scende a Barcelonnette. O meglio, scende e sale, sale e scende, con ripetute curve che si dispiegano lungo colline morbide, o si arrampicano per pendii scoscesi, o si infilano strette fra le pareti di una gola. Poi, oltre, entra nel Parc du Mercantour, disabitato e selvaggio, fra rocce che via via cambiano trama e consistenza. La strada attraversa fitte foreste di larici, costeggia ruscelli e dirupi; per poco non tocca la neve, ma solo perché è ancora presto e fra pochi giorni sarà tutto innevato. Ora sono le nebbie a farla da padrone, nel loro tentativo di smorzare i colori dell’autunno al massimo del suo splendore; un tentativo vano, finché tutto non viene inghiottito.

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Fall #1 | La città

Quello che più mi piace dell’autunno in città è la luce. Una luce speciale, che filtra dolcemente fra le case, rimbalza sui vetri delle finestre e si scalda a contatto con le chiome degli alberi che ormai hanno cambiato colore, mentre l’aria diventa sempre più fredda.

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Hai quell’aria così

Barista: « Scusa, non vorrei essere indiscreto. Posso chiederti di dove sei? ».

Io: « Di Torino. Insomma, dei dintorni, ma abito in città ».

Barista: « Sul serio?! Non l’avrei mai detto! No, perché è che hai quell’aria così… », – pensavo che partisse con: hai l’aria americana, inglese, francese, canadese (ne ho già sentite di ogni!) – « …quell’aria così solare e sorridente che non è possibile che tu sia di Torino! Di solito sono tutti scortesi e di cattivo umore ».

Io: « Ah, davvero? Grazie, non me ne ero accorta ».

Barista: « Evidentemente sei troppo di buon umore per accorgerti che gli altri invece sono di cattivo umore ».

Be’, cose che capitano, che fanno piacere e che fanno pensare…

Buio pesto, lucciole e nient’altro.

Succede sempre intorno alla metà di luglio. Dopo aver cenato in giardino si aspetta che scenda il buio, chiacchierando sottovoce prima di uscire: per le vie non c’è nessuno, magari un gatto che attraversa velocemente e si infila sotto un portone, mentre le foglie degli alberi vengono mosse piano dalla corrente fresca che scende dalla valle. Si segue la strada che fuori dal paese costeggia i prati e finalmente si addentra nel bosco. E lì le lucciole. Poche all’inizio, e poi un luccichio sempre più fitto man mano che il bosco diventa più nero. Lontane, fra le foglie, o vicine, a volte si posano sui vestiti. Buio pesto, lucciole e nient’altro. Il sentiero non si vede più, non si vedono neanche i piedi, ma si va avanti senza sbagliare, senza inciamparsi, ma l’incanto è tale che in pochi altri posti mi sono sentita così al sicuro.

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È un’esperienza talmente magica che ne avevo già scritto qui due anni fa e non me lo ricordavo.