Teiere

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Mi piacciono le teiere, sono oggetti simpatici.
Mia madre ne possiede una cinquantina, tutte diverse l’una dall’altra. C’è quella bassa e ciccia e quella alta e sottile, quella minuta ma tonda, quella perfettamente cilindrica e quella tutta spigolosa. C’è quella che in realtà è per il caffè, ma non si capisce dove stia la differenza da una per il tè. Ci sono quelle eleganti, del servizio buono, che stanno in compagnia di altre dalle forme ben bizzarre: elefanti, cesti di frutta o di verdura, negozi di animali e di fish and chips, tostapane, mobili da bagno. Decorazioni piccole e raffinate si alternano a decorazioni chiassose. Ce n’è anche una chiamata con affetto “l’orrore di Cthulhu“, perché è fantascientificamente brutta. Ce ne sono di molto vecchie e classiche e altre di design, fresche e moderne: ceramica e porcellana a fianco di vetro e metallo.

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E ognuna ha la sua storia, alcune sono regali, altre sono acquisti, altre ancora semplicemente sono arrivate e non ci si ricorda come o da dove. Una è della nonna di mia madre; un’altra, verde scuro con disegni dorati, è della mia nonna, di quando abitava in Puglia prima di incontrare il nonno; un’altra è di un’altra nonna ancora, ma che non c’entra con la mia famiglia. Un paio vengono dai regali di nozze dei miei genitori. Tante sono state comprate ai mercatini delle pulci in giro per l’Europa. Una viene da Colonia, è un regalo che io ho fatto alla mia mamma: una semisfera in vetro con i piedi in acciaio, ma si è crepata e non si può più usare, altre invece sono regali di papà, di parenti, di amici. Qualcuna l’abbiamo comprata insieme, una in vacanza sulle Dolomiti, me lo ricordo perfettamente − sono momenti che segnano. Ce ne sono di inglesi, tedesche, danesi, olandesi, cinesi, quelle giapponesi mancano, ma ce n’è una egiziana – anzi, proprio egizia – con tanto di geroglifici. La mia preferita è una totalmente bianca, panciuta, per famiglie numerose, ma adoro anche quella piccolina azzurra decorata a fiori, per tè solitari, e infine una di vetro trasparente, nella quale ci si può perdere a guardare l’acqua che si tinge in volute casuali.

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Dicevo, mia madre ne possiede circa cinquanta, ben esposte in cima ai pensili della cucina, una in fila all’altra. Ecco, mi piacciono un po’ meno quando viene il momento di lavarle tutte.

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Io, una dinamo al Salone del Libro

Il Salone del Libro di Torino per me è come una vacanza in un luogo esotico.
Chi mi conosce sa che la casa editrice che ho contribuito a fondare – questa! – vive di dedizione e passione, e del tempo libero concesso dal lavoro ufficiale – quello che mi dà da mangiare, suvvia, diciamolo. E il Salone del Libro è il momento per mettere in vetrina il lavoro di un anno intero.
Ci si prepara per settimane: una volta saputa la posizione dello stand si pensa all’allestimento, si organizzano gli eventi con gli autori, si preparano i manifesti, le locandine, i segnalibri. Senza contare che a volte si mette in mezzo pure la pubblicazione di un libro, o forse due. Quando si pensa di avere tutto pronto, non si ha mai tutto pronto, ma non importa, perché l’inventiva e lo spirito di sopravvivenza a volte fanno miracoli. E si va in scena, per un tour de force di cinque giorni fantastici. Certo, saranno le vendite a decretare la riuscita della fiera, ma gli aspetti più divertenti sono altri. Sono le persone che incontri, quelle che si interessano ai tuoi libri, ai discorsi sui massimi sistemi dell’editoria e sulle micro case editrici; quelle che fanno i complimenti per il coraggio e per le copertine, anche se alla fine non comprano niente; quelle che chiedono se i segnalibri si possono prendere, quelle che accettano un segnalibro sorridendo quando glielo offri. Sono anche i matti che i segnalibri li portano via a manciate e quelli che vengono a raccontare barzellette o a fare comizi. Sono i coinquilini di stand – loro -, gli autori che si danno da fare a promuovere il loro lavoro e gli amici che fanno un giro, giusto per vedere come stai. E anche i salumieri che ti inseguono con il fondo di prosciutto,  perché ormai l’hanno già impacchettato – sì, al Salone del Libro, mica solo libri… – ed è con questo, due ciuffi d’insalata brucata direttamente dal sacchetto e un paio di bottiglie di Chianti che organizzi un picnic serale. Per non parlare degli affollati aperitivi improvvisati e delle degustazioni, perché non si vive di sola letteratura, scherziamo?
Le giornate sono faticose, il brusio costante e l’impossibilità di guardare fuori ti rendono un po’ alienato e a volte frastornato. Si sta in piedi per ore senza accorgersene, ogni tanto si va a fare un giro e si chiacchiera con gli altri editori, si scoprono libri e si comincia a puntare gli acquisti. Magari si risponde alle domande di qualche giornalista, di speaker radiofonici, di sedicenti blogger, a volte con tanto di telecamera.
Dalle dieci del mattino alle undici di sera, sembra un’infinità, ma il tempo passa persino troppo in fretta, e rimangono ancora le energie per andare alle feste fuori Salone: quelle di Minimum Fax e Fandango sono the place to be, dove vanno tutti quelli che contano – o che ci credono – e fanno i prezzemolini qua e là. Si arriva fashionably late e si va via mezz’ora dopo: in quanto place to be andarci è d’obbligo, non c’è scampo, ma si fanno incontri piacevoli e di solito c’è bella musica.
Quelli sono giorni speciali: si gira a mille e si accumula energia, come una dinamo, alla fine non sei neanche più stanco, solo triste all’idea di dover smontare tutto. È questo che intendo quando scrivo che fare il Salone del Libro per me è come andare in vacanza e forse di più: è talmente straniante che arrivi a pensare che tutto sia possibile. Fino a che non torni bruscamente alla realtà, con gran stridio di freni, e ti ritrovi con una valigia piena di nuovi progetti.

Primo post senza foto da molto tempo.
Era una sfida, ma ovviamente ci sono: qui.

La prima volta che ho messo gli sci

Cielo blu e sole così caldo da stare senza giacca. Mentre gli altri sciano, io mi aggiro fra le case di vacanza proprio sulle piste, così sulle piste che vengono sepolte per metà. Anche io fatico a camminare nella neve che mi arriva alle ginocchia. Mi sorprende quanto tutto sia luccicante.
Purtroppo – ma meglio così! – non esistono testimonianze del fatto che ho messo gli sci per la prima volta. Nessuna fotografia, ma neanche lividi. Incredibile ma vero, sono caduta una volta sola. In due ore. Insomma, dire che ho sciato è eccessivo, è stata più che altro una prova di discesa su una pendenza veramente minima, ma a me sembrava di prendere il volo. Come nelle prime lezioni di guida: vai ai trenta all’ora e già hai la sensazione che l’auto ti sfugga di mano. Anche con gli sci: più prendi velocità e più ti sembra di perdere il controllo. In realtà il controllo lo prendi e, quando finalmente succede, è divertente.
Meglio tardi che mai, ma ecco un buon proposito per il futuro: imparare a sciare e a godersi la montagna anche d’inverno, adesso che ho scoperto che mi piace.

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Tutte le foto qui.

Pomeriggio in campagna // as shot

As shot, come si dice in gergo. Così come sono state scattate, le fotografie. Senza filtri, senza regolazioni, senza neanche raddrizzarle.

Domenica scorsa, sono andata a fare una passeggiata nella campagna di casa mia, per rigenerarmi un po’. Adoro guardare i colori dell’autunno, scalciare le foglie, nascondere il naso nella sciarpa, camminare nell’aria fredda, magari con il cane che mi trotterella accanto. E, ovviamente, imprimere queste immagini sulla pellicola. Okay, non è più una pellicola, ma ci siamo capiti.

Da quando ho cominciato il mio progetto One shot A day, il 1° gennaio 2012, ho notato quanto sia cambiato il mio modo di fotografare. Sia con la microcamera del telefono (che ha molti difetti, ma qualche inaspettato pregio), sia con la reflex. L’allenamento è tutto. L’occhio, la mano, le scelte. Quindi voglio pubblicare questi scatti così, as shot, perché, per la prima volta, si avvicinano moltissimo all’effetto che volevo ottenere. E ne sono molto soddisfatta.

Domenica mattina è

Scoprire che andare a correre sotto la pioggia non è poi così male. La pioggia, intendo, sul correre sto ancora lavorando. E che pure in piazza d’Armi ci sono gli scoiattoli, mica sono un’esclusiva di Regent’s Park.