il Deccan #9 / Aihole, Pattadakal e Badami

Aihole, Pattadakal e Badami: villaggi del profondo Karnataka cresciuti attorno a monumenti straordinari, molto antichi e poco conosciuti. Dietro le recinzioni del Durga temple, attorno alle aiuole verdissime dei templi della dinastia Chalukya, tosate con precisione inglese, ai piedi delle siepi regolari delle grotte di Badami, si raggruppano case di fango e lamiera, baracche di legno simili ad armadi che ospitano i negozi, i barbieri, le stirerie. Le donne riempiono d’acqua le anfore di latta e plastica e lavano i panni sulle radici di un banian. I bambini chiedono caramelle oppure matite e penne. Sospesi nel tempo, così lontani dalla nostra cultura e dalla nostra immaginazione, mentre noi visitiamo i siti archeologici, li ammiriamo, ci interroghiamo sulla loro storia e sulle tecniche di costruzione, siamo sorpresi che siano abitati da galli, serpenti, capre e scimmie, e ci compiaciamo del fatto che siano considerati Patrimonio dell’Umanità. L’umanità, il lato umano che emerge in questo contrasto straniante.

Il mio viaggio in India si conclude qui sotto la pioggia battente, sulle strade della campagna deserta, tra le agavi e le distese di girasoli appesantiti, i covoni e gli spaventapasseri, le donne in sari che trasportano fagotti in cima alla testa o che accompagnano le vacche, i trattori adorni e i carri trainati da buoi con le corna dipinte. Il monsone arriva con grandi nuvole viola, l’acqua si abbatte fitta e incessante. Passa e se ne va, lasciando i prati più verdi, i campi più neri, le nuvole di nuovo bianche e infine un tramonto oro e rosa.

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il Deccan #8 / Hampi

La strada che da Gokarna porta verso Hampi è lunga solo 300 km, ma questo viaggio che attraversa il Karnataka dura tutto il giorno. Passa prima per una zona di alberi fioriti come nuvole e di coltivazioni ordinate. I villaggi sono a maggioranza musulmana, così oltre alle solite mucche in libertà compaiono piccoli maiali neri che sgrufolano tra l’immondizia nei rigagnoli a lato della strada. Ai ghat le donne fanno il bucato, gli uomini che lavorano nei campi fanno il bagno. Attraversata Hubli, la seconda città più popolosa del Karnataka dopo Bangalore, si incontrano campi sterminati tagliati da una ferrovia sottile. Mi metto a osservare i treni lunghissimi: venti vagoni, trenta vagoni. Le tende nei prati annunciano la città di Hospet, alle porte di Hampi, una città che sembra bombardata. La povertà di queste zone è impressionante.

Hampi è un sito tutelato dall’Unesco: sono le rovine spettacolari della città di Vijayanagara, sorta nel XIV secolo e poi distrutta dagli imperatori musulmani della confederazione del Deccan. Ma non è solo un sito archeologico: è anche un villaggio poverissimo e un centro religioso attivo; nella vasta area di Hampi vivono tante persone che si riparano nelle rovine.
Tra le rocce del bizzarro paesaggio si nasconde una miriade di templi e tempietti, sculture monolitiche raffinatissime, torri, padiglioni, stalle per gli elefanti e palazzi ancora sontuosi, altri di cui non rimane che lo scheletro. Le mura si sono conservate a tratti. Nel cuore della città sorge il Virupaksha Temple, tanto interessante e ricco quanto malmesso. Le simpatiche scimmie che lo abitano, in realtà non sono simpatiche per niente.

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il Deccan #7 / i Western Ghats e l’Oceano Indiano

Il viaggio verso l’oceano ci porta ad attraversare i Western Ghats, una catena montuosa non molto alta che, parallela alla costa, percorre tutto il Deccan da nord a sud. Qui il paesaggio è ancora diverso: foreste di teak e risaie, piantagioni di tè e di caffè. Torrenti e cascate tagliano l’aria fresca: c’è chi fa il bagno e chi resta a guardare con il cappello di lana. I villaggi sono più ricchi, le case più grandi e meglio tenute, ci sono i ritrovi per i lavoratori. Il pulmino sfreccia, incurante delle buche e delle strettoie: ho pensato che ci saremmo persi per sempre fra quei boschi.

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Valicati i Ghats, ci si lascia alle spalle il Karnataka e si scende verso il Kerala, dove le foreste si trasformano in palmeti luminosi, si incontrano gli alberi della gomma, le liane e le scimmie, e la terra diventa rossa. Si alternano villaggi hindu, cristiani e musulmani; fra le palme lunghe e sottili si intravvedono belle case e vere e proprie ville.

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La spiaggia inizia al limitare della foresta, che cerca di mangiarsela e si protende verso l’oceano. In mezzo alla foschia, pescatori senza canna lanciano la lenza in acqua e attendono, mentre le donne chiacchierano animatamente e si godono il tramonto.

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A Kanhangad troviamo alloggio nelle casette anni Trenta dell’Anandashram, semplici ma placide e ordinate. Qui si provvede all’istruzione dei bambini e nel refettorio si offrono pasti a chi ne ha bisogno: uomini e donne mangiano rigorosamente separati. Quando viene buio, cullata dall’interminabile canto dei mantra, riesco ad addormentarmi persino sulla tavola di legno che è il mio letto.

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Si riparte al mattino presto, prendendo verso nord la strada che segue il profilo della costa e attraversa un paesaggio che ricorda la laguna labirintica di laghi salmastri e canali delle backwaters, fra i muretti di blocchi rossi e muschio, e gli stagni abitati da aironi e bufali d’acqua.

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Nel pomeriggio arriviamo a Gokarna Beach, di nuovo nel Karnataka, a una manciata di chilometri da Goa. Le persone passeggiano in mezzo alle mucche che indisturbate e apparentemente pacifiche sono le regine della spiaggia.

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il Deccan #6 / i Giainisti, gli Hoysala e lo zucchero di canna

Lungo la strada che da Mysore si dirige verso nord, si estendono grandi piantagioni di canna da zucchero. A bordo dei campi, non è raro trovare piccole sugar cane factory, fabbriche di zucchero di canna, appunto. Qui raccolgono e triturano le canne, lasciano bollire il loro succo in enormi padelle di rame, fino a ottenere un caramello liquido; questo viene fatto raffreddare in basse vasche di cemento, per poi essere versato dentro a stampi di legno e ricavarne, infine, cubetti di zucchero. L’ambiente è buio, molto caldo e pieno di vapore, e gli operai si muovono come ombre indaffarate. C’è un senso misto di stupore per il procedimento e di perplessità per condizioni igieniche del luogo.

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Proseguendo verso nord ovest, le piantagioni di canna da zucchero lasciano il posto alle risaie, poi segue una campagna sempre più verde, dove gli orti sono incredibilmente ordinati. I villaggi sono annunciati da portali variopinti, così come sono coloratissime le case decorate con esplosioni di rosa, verde e giallo.

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Arriviamo alla cittadina di Shravanabelagola, una delle più importanti mete di pellegrinaggio per i giainisti. E che cos’è il giainismo? È stata la mia prima domanda, con gli occhi sgranati. Il giainismo è un’antica religione indiana o, meglio, una filosofia di vita, in quanto essa non individua delle divinità definite. Facciamoci aiutare da Wikipedia per capirci qualcosa: “Il giainismo insegna che ogni singolo essere vivente, dal moscerino all’uomo, è un’anima eterna e indipendente, responsabile dei propri atti“. Per semplificare moltissimo, la spiritualità giainista si basa sull’assoluta non violenza e impone uno stile di vita con regole complesse e molto rigide.
Comunque, in cima alla collina di Shravanabelagola, visibile già a chilometri di distanza, si erge un tempio dedicato a Bahubali, uno dei profeti del giainsmo. Per raggiungerlo, bisogna percorrere, scalzi, 600 scivolosi scalini intagliati nella roccia e ormai consumati, nel corso dei secoli, da milioni di piedi di pellegrini. Il tempio, risalente al I secolo d.C., è costruito tutto intorno alla maestosa statua monolitica di Gomateshwara, che ci guarda dai suoi 17 metri d’altezza con la consapevolezza di chi è stato estratto da una pietra sola.

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Inseguiti dal monsone incombente, in un’ora e mezza raggiungiamo i templi della dinastia Hoysala (XII secolo), ad Halebid e a Belur; forse le cose più inaspettate e sorprendenti di tutto il viaggio. Sono costruzioni piccole, basse e dai volumi semplici, ma le intricate sculture che corrono lungo tutto il perimetro li rendono oggetti straordinari. Le fasce di pietra di diversa ampiezza, raccontano le storie della letteratura epica indù e riportano bassorilievi di divinità, fregi intagliati con una minuzia certosina, decorazioni mai uguali di elefanti, tigri, fiori, animali mitologici e cavalieri.

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il Deccan #5 / Mysore

La tappa successiva è Mysore: dista meno di 400 km da Tiruvannamalai, ma serve tutta la giornata per percorrerli con il pulmino. Per metà del viaggio la strada è piena di buche, che da un lato costringono l’autista ad andare più piano del solito, ma che, in compenso, regalano un po’ di mal di mare. Dai finestrini si intravedono i villaggi di queste zone rurali. Fra le cose strane che mi saltano all’occhio c’è la contraddizione tra la quantità di parabole per la televisione e l’uso dei ferri da stiro in ghisa, nelle stirerie che si affacciano sulla strada.

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Lasciando il Tamil Nadu, per entrare nel Karnataka, il paesaggio cambia diverse volte. Compaiono colline rocciose striate di nero, poi altre colline verdissime, con quelle rocce che sembrano in bilico sulla vegetazione, poi le risaie, i palmeti e le piantagioni di banane. Ogni tanto si scorgono grossi termitai, dipinti di rosso con chissà quale polvere.

L’autista sceglie un ristorante sulla strada che sia all’altezza dei nostri minimi standard di pulizia, ma lo stile è sempre quello indiano. Rispetto al numero dei tavoli, ci sono camerieri in abbondanza e ognuno ha un compito ben preciso: c’è chi porta l’acqua, chi prende le ordinazioni (e chi osserva, metti mai che serva assistenza), chi porta i piatti e chi le portate; poi chi raccoglie i piatti sporchi e chi i bicchieri, e via, si potrebbe andare avanti a parlare delle altre figure del locale, il direttore, il cassiere, gli addetti alla pulizia.
Anche l’autostrada è un bell’argomento. Le corsie sono separate, ma è normale che le persone attraversino a piedi; gli operai dipingono strisce in mezzo al traffico; i camion trasportano anche gente in piedi, nel cassone; ci sono autobus stipati di ragazzini che si sbracciano a salutare; tutti i veicoli sono dipinti e riportano benedizioni, con delle scritte invitano a suonare il clacson e indicano anche qual è il segnale luminoso dello stop, per differenziarlo dalle altre luminarie. Ai bordi della carreggiata si vedono case tranciate a metà dal passaggio dell’autostrada, ma poi lasciate lì, così. Incredibilmente, tutti i conducenti di moto e motorini portano il casco, persino gli autisti dei rickshaw, ma non vale la stessa cosa per i loro passeggeri (che sono anche più di uno).

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Mysore ha il respiro di una città regale: strade grandi, viali alberati, parchi. Nel cuore della città, il grande Palazzo del Maharaja, con il suo parco, il tempio e le piccole abitazioni annesse, racconta che Mysore è stata per secoli la capitale di un regno autonomo. Un tripudio eclettico di elementi indiani e saraceni, completamente tempestato di lampadine che di sera lo illuminano a giorno. Nonostante sia tenuto alla maniera indiana, un po’ approssimativa, l’interno è sorprendente.

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Il centro della città è decadente e caotico. Gli affascinanti edifici coloniali si alternano costruzioni vecchie e nuove di scarso interesse; ma comunque, tutto è uniformato da una colorata scenografia di cartelli pubblicitari e bandiere che celebrano la festa dell’indipendenza. Il mercato di Devaraja è uno dei luoghi più caratteristici da visitare, racchiuso tra alte mura: montagne di banane, cipolle, cocchi e varia verdura, frutta e foglie sconosciute, montagne di fiori, muraglie di cubetti di zucchero, arnesi dall’utilità ignota e piramidi di polveri colorate.

Il pranzo all’Hotel RRR è una delle esperienze più puramente south indian. Seduta su una pesante sedia di legno, in una sala affollata, spazzata dalle folate dei ventilatori, un cameriere mi porta una foglia di banano e un bicchiere d’acqua per lavarla: sarà il mio piatto. Il thali che ordino è ottimo: l’addetto al riso smestola giù una bella montagnetta in mezzo alla foglia, l’addetto alle ciotoline porta sambar di lenticchie, zuppa di tamarindo, mango sottaceto, yogurt salato e un misto di verdure cotte, l’addetto ai papadum gira con la sua pila di dischi fritti. Non sono previste posate e dai tavoli vicini mi fanno cenno di mangiare con le mani, dopo aver versato le ciotoline sul riso. Non è esattamente comodo e, dopo vari tentativi, riesco a fermare un cameriere per chiedere un cucchiaio: guarda caso, ne ha proprio uno in tasca e me lo offre prontamente. Ringrazio e ricomincio a mangiare con le mani. Morale della favola: in India sono sempre le tue mani la cosa più pulita di cui potrai fidarti.

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il Deccan #4 / Tiruvannamalai

Dopo Kanchipuram e Chidambaram, il viaggio per le città sacre dell’induismo prosegue con l’arrivo a Tiruvannamalai, dopo aver attraversato la pianura rurale, fra i villaggi di capanne di foglie e le coltivazioni di anacardi.
Al mattino, provo la colazione indiana, a base di idli con sambar e chutney di cocco, ovvero palline di lenticchie fermentate e farina di riso cotte al vapore: se non sono gonfiate abbastanza durante la cottura, è sicuro che gonfieranno ancora un po’ nello stomaco…
Tiruvannamalai sorge ai piedi di un monte sacro, l’Arunachala, e ospita diversi ashram. Gli ashram sono città nelle città, luoghi di pace e ordine straordinari, in confronto all’inferno che c’è fuori. Vi si può entrare liberamente, l’importante è comportarsi rispettosamente e togliersi le scarpe all’ingresso. Le persone vanno e vengono intente nei loro lavori, oppure meditano nella grande sala centrale. Due signore indiane mi chiedono di fotografarle, solo per il gusto di guardarsi un momento nel display della macchina fotografica. Sono molti gli occidentali che passano dei periodi negli ashram e, come tutti gli altri, partecipano alle attività, compresa quella di servire il pranzo al resto della comunità e ai poveri. Appena fuori dall’ashram, infatti, si riunisce una piccola folla di mendicanti e di sadu, i santoni con le vesti arancioni, la barba lunga, il viso segnato e gli occhi acquosi.

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Il pomeriggio passa tra le viuzze del mercato, intorno all’Annamalaiyar Temple, l’enorme tempio centrale. L’aria è molto calda e il sole brucia. La folla e i clacson non danno tregua. Ci si mettono pure le scimmie, che girano per la città in cerca di cibo: le ho viste strappare dalle mani sacchetti e borse e fuggire velocissime.

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Con una buona dose di fiducia, affido le mie scarpe ad una bambina fuori dal tempio e, nonostante la pietra sia ustionante, guadagno un rifugio attraversando il gopuram principale, cinto da un ponteggio di legnetti tanto grande quanto improbabile.
Fra i colonnati anneriti, l’odore del ghee è molto forte: da quello che riesco a capire, è in corso una cerimonia speciale e le candele accese sono tantissime.

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Intorno all’Arunachala, un percorso sacro di 14 chilometri si snoda tra templi e tempietti, dove sono conservati e venerati sette lingam, rappresentazioni astratte di Shiva. Durante i pleniluni, questa via sacra, chiamata Girivalam, è invasa da centinaia di migliaia di pellegrini che la percorrono a piedi. Nei mesi di novembre e dicembre, il numero dei pellegrini sale oltre il milione, quando in cima alla montagna viene accesa una grande lampada di ghee, visibile a chilometri di distanza.

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il Deccan #3 / Auroville e Chidambaram

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Auroville dista pochi chilometri da Pondicherry. Spiegare che cosa sia è parecchio complicato e io stessa sono rimasta con tanti punti interrogativi ma, sinteticamente, si può dire che Auroville è una città ideale, fondata alla fine degli anni Sessanta, abitata da una comunità sperimentale di persone provenienti da ogni parte del mondo, che segue gli insegnamenti di Sri Aurobindo e di Mère, la Madre: una sorta di anarchia spirituale, dove ogni cosa è lasciata al buon senso di ognuno, al fine di vivere in pace e armonia.

“Auroville non appartiene a nessuno in particolare. Ma per vivere ad Auroville devi essere il sevitore della Coscienza Divina. Auroville sarà il luogo dell’educazione perpetua, del progresso costante, della giovinezza che non invecchia mai. Auroville vuole essere il ponte tra il passato e il futuro. Traendo vantaggio da tutte le scoperte esteriori e interiori, Auroville si lancerà con coraggio verso le realizzazioni future. Auroville sarà un luogo di ricerca materiale e spirituale per la concretizzazione di una reale Unità Umana”. Carta di Auroville

Per capire realmente che cosa significa e come le cose funzionino all’atto pratico, bisognerebbe trascorrervi un po’ di tempo: la mia visita di una giornata è bastata solo a instillare molte curiosità.
A guardarla, si direbbe che sia soltanto una trama di strade rosse fra la vegetazione rigogliosa. Le costruzioni, immerse nel verde, sono molto distanti tra loro, e pochi sono gli spazi accessibili ai visitatori; questo rende difficile immaginare Auroville come una città abitata secondo l’accezione tradizionale. L’impianto è stato disegnato dall’architetto Roger Anger come una galassia in espansione; al centro di tutto, il Matrimandir (il tempio della Madre), un geode ricoperto di dischi dorati, che racchiude una grande sala di meditazione tutta di marmo bianco.

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Le regole per visitare la città sono molto rigide, ma i visitatori sono i benvenuti, anzi, il comparto turistico è molto sviluppato e gli standard sono quelli occidentali. Alla fattoria di Solitude ho pranzato ottimamente con un thali di verdure della fattoria (tra le altre cose, Auroville è famosa per la produzione di cibo super biologico, ma anche di cosmetica e tessuti). A capo della fattoria e del piccolo ristorante c’è un omone inglese che si è fermato ad Auroville vent’anni fa. La mia sensazione è che viva fuori dal mondo e probabilmente è proprio questa la sua scelta: la scelta di vivere ad Auroville sembra essere una fuga estrema, e come tale sembra avere aspetti estremamente positivi, ma anche risvolti molto inquietanti. Sono contenta quando arriva il momento di tornare nell’India vera.

Il traffico nel viaggio verso sud è delirante (non si può descrivere altrimenti) in particolare quando si tratta di passare nuovamente per Pondicherry e di attraversare la ferrovia: con il passaggio a livello chiuso, tutti, ma dico tutti (le auto, i camion, i motorini, i rickshaw, i carretti, le bici, le persone a piedi), si assiepano contro le sbarre, fino ad occupare l’intera via in larghezza, sia da un lato sia dall’altro: impossibile immaginare che, una volta che il passaggio si apra, i due flussi riprendano a scorrere. Eppure, con assoluta naturalezza ognuno ha trovato il proprio spazio ed è riuscito a passare dall’altra parte continuando per la propria strada: un’assoluta magia.

Chidambaram, proprio come Kanchipuram, è una città sacra indù: la dimora di Shiva, in questo caso, è il Thillai Nataraja Temple, un maestoso tempio dai gopuram dipinti in folli colori pastello. All’ora della puja, molti sacerdoti si danno da fare con offerte di fiori e frutta, lunghe foglie di banano e ghee e stoppini per le candele: in tutti i templi indù c’è sempre un intenso profumo di burro fuso. Qui, i sacerdoti portano un dhoti bianco, hanno il cranio rasato in basso e lunghi capelli raccolti in cima alla testa; sono in generale piuttosto giovani e sembrano tutti belli in forma.
Fuori dal tempio, invece, c’è un affollamento di venditori e mendicanti. Alcune persone fanno davvero pena per quanto sono malandate: stanno in terra, dove capita, oppure zoppicano così curve da non riuscire ad alzare lo sguardo. In India, è la sofferenza di molta gente l’ostacolo più difficile da affrontare.

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