Belgrado, parte 4

Fuori dal centro, ci sono alcuni quartieri che vale la pena girare. Uno dei modi più comodi per visitare Belgrado è affittare una bicicletta: la rete di piste ciclabili è vasta e il costo giornaliero di una bici è davvero contenuto. Per non parlare del fatto che sulla Sava ci sono i traghetti per le biciclette o addirittura gli ascensori per le biciclette, quando si tratta di salire su un ponte.

Al fondo di Skadarska, la riproduzione di una fontana di Sarajevo introduce alla zona bosniaca, con la sua moschea e i ristoranti che servono ćevapčići da urlo (basta solo togliere la cipolla). Seguendo poi l’argine sul Danubio oltre la Sava, si sfiorano i palazzoni di Novi Beograd fino a raggiungere Zemun, un borgo di casette colorate e strade di ciottoli che si arrampicano ripide sul colle Gardoš. Dalla cima, dove sorge la Torre del Millennio − strana almeno quanto il suo nome − si può osservare la città intera: dalla verde fortezza di Kalemegdan, alle rovine belliche della periferia. Pedalando in discesa, si attraversa tutta Novi Beograd, dove tutto è grande, enorme e sproporzionato. Giunti alla Sava, si prende una chiatta che fa la spola sul fiume e si arriva ad Ada Ciganlija: quella che una volta era un’isola, è stata modificata per creare un lago artificiale, il mare di Belgrado, dove folle di persone stanno in spiaggia come se fossero al mare davvero, con tanto di stabilimenti balneari. Di nuovo verso est, la città si estende ancora, alternando grandi parchi verdi a strade commerciali, rotonde trafficate e grandiosi palazzi istituzionali. Non bastano quattro giorni per vedere tutto: Belgrado ha molto da offrire, più di quanto mi aspettassi. Ed è per questo che mi è rimasta voglia di tornarci.

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Belgrado, parte 3

Il Danubio, a Belgrado, è già un’immensa distesa d’acqua che scorre inesorabile. Sulle sue sponde, la città da un lato e dall’altro la foresta. Lo si raggiunge scendendo dalla fortezza di Kalemegdan oppure tramite una passerella sulla ferrovia. Alle persone piace il Danubio: lo costeggiano in bicicletta, oppure di corsa, fanno sport su una terrazza dalla forma bizzarra che si sporge sul fiume, fanno yoga sugli argini, passeggiano, pescano, si siedono a leggere, a scrivere o semplicemente a contemplare l’acqua che si muove. Le onde gentili e aggraziate si colorano di gialli e di rossi sempre più intensi: riscaldano e puliscono fin nel profondo.

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Belgrado, parte 2

Quante finestre e quante porte diverse può avere una città come Belgrado? Quelle sbarrate degli edifici in rovina. Quelle con i vetri rotti e quelle senza i vetri. Quelle arrangiate come si poteva. Quelle nuove, di chi è riuscito a sostituirle. Quelle aperte, da cui cogliere frammenti di vite sconosciute. Le finestre finte, dei trompe l’oeil di Skadarska. Quelle vere ma ricoperte di vernice. Quelle decorate. Quelle ricche, quelle povere. Quelle dalle forme insolite. Quelle tutte diverse sulla stessa facciata, possibilmente corredate dall’elica del condizionatore, tutte.

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Belgrado, parte 1

Mia madre voleva chiamarmi Belgrado.
Quando ancora ero poco più che un pensiero materializzato, i miei genitori si gingillavano con l’idea di darmi il nome di una città: Varsavia se femmina, Belgrado se maschio. Poi, ecco, mi hanno chiamata Emma.

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A Belgrado, grandi giardini si alternano a immense distese di dehor. Agli spazi pubblici molto curati, fanno da cornice architetture dall’aspetto decadente. Splendide facciate Jugendstil accanto a rigidi edifici razionalisti e a campanili barocchi. Case semplici di fine Ottocento vicino a volumi complessi degli anni Ottanta. E oltre la Sava, a Novi Beograd, i grandi blocchi dei condomini sovietici e i fantasiosi esempi di un’architettura partorita negli stessi anni. Qualche palazzo riporta ancora i segni della guerra, altri sono stati abbandonati, altri non sono mai stati finiti. Ma la città è piena di vita. I serbi hanno voglia di parlare e di raccontare della propria città, e sono curiosi di sapere chi sei e perché sei proprio a Belgrado. Giocano a scacchi nei parchi, chiacchierano sulle panchine, giocano a tennis nel fossato della fortezza o a pallacanestro, corrono, nuotano nel lago artificiale di Ada Cingaljia, fanno esercizio in vere e proprie palestre all’aperto.  Sui divanetti dei bar si prendono tutto il tempo per far depositare il caffè sul fondo della tazza, chiacchierando animatamente. Nelle abitudini, convivono le usanze dei turchi ottomani e la pratica sovietica. La sera, i ristoranti sul fiume si riempiono, e poi tutti a ballare nelle discoteche galleggianti o nei vecchi magazzini del porto fluviale.

Seduta sulle mura di Kalemegdan, con i piedi che ciondolano nel vuoto, mi concentro sul movimento della Sava che scivola nel Danubio.
Belgrado, a giugno, profuma di tigli e di popcorn.

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