Quotes from “This must be the place”

«Stai cercando te stesso?».
«Non sto cercando me stesso, sono in New Mexico, non in India!».

This must be the place
Paolo Sorrentino, 2011

Questo è lo stupendo ritratto che la mia amica Pencil ha fatto di Cheyenne, protagonista e colonna portante del film.
This must be the place è un film ambizioso (ma diciamo pure un po’ pretenzioso) che mescola due temi già visti e rivisti: il viaggio on the road negli spazi immensi, desertici e inospitali degli Stati Uniti e la caccia infinta ai rifugiati nazisti.
L’originalità è lasciata in toto a Sean Penn e al suo meraviglioso personaggio, così irritante e tenero nella sua immobilità. L’impressione è che Sorrentino abbia detto a Penn: fai tu. E che Penn abbia inventato un capolavoro. Non venite a dirmi che non vi siete un po’ innamorati di lui…

Cheyenne
Ilaria Urbinati

«Ci sono diversi modi per morire, il peggiore è morire restando vivi».

La capra e la medaglia

« I hate him, mum! »
« Love and hate are two horns of the same goat, Eugenia. And you need a goat! »

The help
Tate Taylor, 2012

Non c’entra niente, ma questa battuta mi ha fatto ridere di gusto: « Amore e odio sono due facce della stessa medaglia, Eugenia. E tu hai bisogno di una medaglia! ». È divertente anche scoprire che, a ben guardare, capre e medaglie sono la stessa cosa.
Inutile dire che il film è ambientato negli anni Sessanta, quando avere un marito era fondamentale per ogni ragazza per bene. Ma anche questo non c’entra niente.

A Jackson, Mississipi, le cameriere nere crescono i figli delle donne bianche, ma non possono utilizzare il loro stesso gabinetto, e se perdono il lavoro sono spacciate, specie se la presidentessa del club delle casalinghe mette in giro false voci.
Skeeter, fresca di laurea e allergica all’ipocrita bon ton delle sue coetanee, comincia a raccogliere le storie di Aibileen, poi di Minny e poi delle altre cameriere, che pian piano si fanno coraggio.

Pellicola corale al femminile (gli uomini sono pochi, secondari, e pure con l’aria tonta) ben congegnata, ben interpretata e commovente. E solo dopo viene in mente che forse c’è qualcosa che non va. Che il film rimane un po’ in bilico sul filo del politically correct. Che alla fine il bon ton è sempre ipocrita.

To Rome with… uh?

Se proprio volete vedere questo film, fate in modo di recuperare un biglietto gratis, altrimenti non ne vale la pena. Senza ombra di dubbio, questo è il punto più basso raggiunto dalla carriera di Allen, che già vacillava parecchio dopo le uscite degli ultimi anni (eccezion fatta per Whatever works e Midnight in Paris).

To Rome with love
Woody Allen, 2012 

Quattro storie che si intrecciano e non so mica che dovrebbero comunicare. Ambientate in una Roma color seppia – e per altro invasa da un product placement selvaggio – vedono l’avvicendarsi di personaggi italiani e personaggi americani, e non si capisce perché le donne italiane debbano avere i baffi e vestire abiti floreali anni Cinquanta, mentre le americane sono così easy-and-chic in jeans and t-shirt. Insomma, ma come ci vedono oltreoceano? Comunque, quattro storie insipide che fanno acqua da tutte le parti – dell’unità di tempo ce ne freghiamo altamente – che hanno una moralina diluita, che non divertono, che lasciano il tempo che trovano e danno pure un po’ fastidio (io spero ancora che l’italiano medio non sia così com’è dipinto, ossessionato dalla celebrità e dal sesso).

Parliamo del cast, allora, e cominciamo col dire che questo è un raro caso in cui i personaggi non si “allenizzano” troppo. Il piccolo vantaggio che ne deriva è che per un poco ci si dimentica di stare in un film di Woody Allen. A parte il regista, che torna davanti alla macchina da presa riservandosi le battute più divertenti – o meno banali – la più nevrotica è Juno/Ellen Page, nella parte di una wannabe-actress che fa innamorare il malcapitato Zuckerberg/Eisenberg. Gli italiani fanno un po’ a modo loro, ma non danno prove di bravura: Benigni piuttosto imbrigliato, Albanese decisamente sotto tono, i due sposini di Pordenone sono un po’ inverosimili e hanno anche uno spiccato accento romano – ma fateli arrivare da un’imprecisata località laziale, no?; tra tutti, però, mi sono piaciuti sia lo Scamarcio, ladro pugliese e genuino, sia la Penelope zoccola che recita in italiano. Lasciamo stare il doppiaggio, ché è meglio.
Insomma, un film davvero scarso con un’unica trovata divertente. Non ve la dico, scopritela da soli una volta che avete l’influenza o una montagna di camicie da stirare.

We want [sex] equality

A questa cosa ci penso da un po’, da quando sono andata a vedere Midnight in Paris e il coinquilino inglese della mia amica ci ha chiesto: — E voi, in che epoca avreste voluto vivere?
Il mio pensiero si è lanciato subito agli anni Sessanta e alla Swinging London, all’arrivo della musica rock, al fermento culturale; poi ho pensato, ma perché no gli anni Trenta a Parigi, o la Belle Epoque? E via così, mi sono vista in mille panni diversi nei momenti storici più svariati. In ogni quadro, però, c’era qualcosa che non tornava. Ed è stato lampante: come avrei vissuto io, donna, in quei periodi? Non certo come vivo adesso.

Ce lo ricorda il film We want sex [Made in Dagenham, Nigel Cole, 2010]: negli anni Sessanta ci sono state operaie che hanno scioperato e combattuto strenuamente per una legge che portasse il loro salario allo stesso livello di quello degli uomini. Voglio dire.
Per cui, no, non avrei voluto vivere in un’epoca precedente a questa: le battaglie femminili hanno migliorato la nostra condizione in maniera notevole, mai e poi mai darei indietro tutte le conquiste ottenute, visto che troppe cose sono ancora da fare.

Le pari opportunità sono ancora lontane da qui. Prima di arrivarci, dobbiamo lasciarci alle spalle quell’atavico senso di responsabilità che ci fa sentire in colpa per qualunque cosa. La mia nonna materna, quando parliamo di certi argomenti sui quali siamo in disaccordo, mi dice semplicemente: — È che mi hanno insegnato così. Mia madre è già di un altro mondo, però continua a dirmi: — Certo che potresti stirargli qualche camicia, eh! E io, io mi sento diversa da loro: provo a impostare la mia vita in modo diverso ancora e mi propongo di educare i miei figli alle larghe vedute e all’uguaglianza, di genere, di razza, di estrazione sociale. Ci serve un cambio di prospettiva, dobbiamo scavare il sistema dall’interno. E prima o poi manderemo all’aria pure questa stupida festa, che ci fa sentire una specie protetta.

The Artist

The Artist
Michel Hazanavicius, 2011

Una storia d’amore fra i capannoni degli studios di Hollywood, 1927: George Valentin è un attore famoso, Peppy Miller è un’aspirante attrice, e il cinema sta per cambiare: arriva il sonoro.

In bianco e nero, muto e pure girato come si faceva negli anni Venti, insomma, un film vecchio catapultato nell’era del 3d a tutti i costi – che francamente io aborro, ma tant’è. Non si tratta di un’operazione nostalgia: Hazanavicius ci ha provato e ci è riuscito: ha dimostrato che non servono effetti speciali o battute esilaranti per realizzare un bel film, per appassionare lo spettatore, per farlo anche commuovere. Bastano un bravo attore in grado di reggere un’ora e mezza di scene tutte su di lui, una bella attrice che abbia un’ottima mimica, il faccione sorridente di John Goodman con il sigaro, un cagnetto ammaestrato. Ed ecco che senza quasi accorgersene ci si ritrova a guardare personaggi che si muovono e non favellano, o meglio favellano un sacco, ma non ci importa sentire quel che dicono, perché lo sappiamo perfettamente – non a caso i cartelloni con i dialoghi sono pochissimi.

Ora, mi sconcerta un po’ la pioggia di nominees agli Oscar che ha ricevuto – e non mi spiego come mai il cane non sia stato candidato come miglior attore non protagonista – però se dovesse vincere quella montagna di premi ne sarò contenta, almeno al Nazionale lo terranno un po’ di più e anche voi potrete andare a vederlo.

non un solo giorno della memoria

Da quando è stato istituito nel 2000 è nel Giorno della Memoria che si tende a concentrare la maggior parte delle commemorazioni riguardo alla Shoah. A dir la verità mi mette un po’ angoscia questa necessità di fissare una data – il 27 gennaio, giorno della liberazione di Auschwitz – che ci ricordi di ricordare, ci ricordi di non dimenticare, ci ricordi di divulgare, di parlarne, di andare un pochino più a fondo, di trattenere la memoria e non lasciarla andare come se non ci riguardasse più.

Vento di primavera (La Rafle)
Rose Bosch, 2010 

Anno 1942: il governo di Vichy accoglie la richiesta di Hitler di rastrellare gli ebrei di Parigi. Nella notte del 16 luglio, 13 mila persone vengono deportate e segregate nel Vélo d’Hiver per giorni, per essere poi dirottate nei campi di concentramento francesi e quindi avviate sui treni per l’Est.
Apparentemente ignaro della destinazione finale e dell’esistenza dei campi di sterminio, il generale Pétain insiste affinché i bambini rimasti nei campi seguano i genitori, già partiti per la Polonia.
Raccontato attraverso gli occhi di uno di questi bambini, il film riflette sul rapporto tra vittime e carnefici, che fino al giorno prima cantavano insieme liberté, égalité, fraternité, ma anche sul coraggio di molti parigini che tentarono di salvare i loro concittadini in pericolo: i pompieri che contravvennero agli ordini e dissetarono i detenuti con gli idranti, le prostitute che protessero i bambini, i parroci che inventarono nuove identità, gli idraulici del velodromo che fornirono documenti falsi, le infermiere che escogitarono travestimenti, qualche gendarme lucido che aprì la porta.

Non un capolavoro, anzi talvolta un po’ melodrammatico e didascalico, La Rafle ha il merito di divulgare uno fra i più oscuri episodi della storia della Francia, sul quale i governi hanno glissato per lungo tempo – è il primo film sull’argomento ed è uscito nel 2010.
La Rafle ci ricorda che l’Olocausto è un tema complesso di cui non conosciamo tutte le vicende, e proprio per questo – nonostante sia stato un genocidio sistematico di portata mondiale – che non dobbiamo dimenticare anche quelli che gli sono succeduti, perpetrati alla luce di un tale abominio, e che non possiamo considerarlo come un avvenimento passato, come un capitolo chiuso.

Non un solo giorno della memoria. Non una sola memoria.

non c’è Santo Stefano senza cinema

L’appuntamento al cinema per  Santo Stefano è d’obbligo. Satolli, dopo una maratona enogastronomica di diversi giorni, si rotola al cinema nel tentativo di sostituire qualche pasto. Cosa che poi non accade, perché non si nega a nessuno un aperitivino per scaldarsi le ossa dopo la passeggiata pomeridiana.

Santo Stefano è piazza Castello. Le luci d’artista, il colossale presepe di Luzzati, il caffè Roberto e le sue boiserie – non possiamo permetterci un Baratti e Milano, purtroppo – la galleria Subalpina, le librerie antiquarie, il cinema Romano.

Andiamo a vedere Midnight in Paris.
Io l’ho già visto, più di un mese fa a Oxford. Lingua originale, senza sottotitoli. Avete presente un film di Woody Allen senza sottotitoli? Appunto. Ma è stata un’esperienza magnifica: un vecchio cinema, colonne in legno e frontone da tempio greco, botteghino all’esterno, sala piccola, velluti rossi, seggioline in legno, bar interno: proprio dentro alla sala! ti prendi la birra, il vino, il tè e lo porti al tuo posto. Fantastico.

Midnight in Paris
Woody Allen, 2011

Accetto senza remore di vederlo una seconda volta, per capire meglio quei due o tre(mila) passaggi che mi sono sfuggiti.
Paradossalmente natalizio questo film, nonostante sia ambientato in estate: la Ville Lumière incantata, le feste, i bistrot fumosi, le musiche di Cole Porter, hanno un non so che di natalizio. Un sogno.
Gil, moderno Cenerentolo su moderna carrozza, sale su una Peugeot d’epoca e finisce negli anni Venti, fra i suoi mentori letterari: Hemingway, i Fitzgerald e i loro amici, dei qualunque Picasso, Dalì, Man Ray, Buñuel, e così via. Ogni sera a mezzanotte fugge dal suo deludente oggi e si rifugia in questo passato d’oro, conosciuto e quasi cristallizzato nella sua perfezione. E come in un circolo incontra Adriana – bella bella bellissima Marion Cotillard – insoddisfatta del proprio presente, che a sua volta sogna di vivere durante la Belle Époque.

C’è sempre un’epoca speciale a cui si anela, e che a nessuno piaccia la quotidianità è cosa nota. Purtroppo, anzi, per fortuna non si sfugge al proprio essere e, come Allen ci suggerisce, non si deve guardare al passato con nostalgia, ma cercare in esso nuovi stimoli per vivere più forte.

Che il vostro 2012 sia così, creativo e coraggioso.