Galles | Le scogliere, i castelli e l’ebbrezza di guidare dall’altra parte

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Quello che ricorderò di più di questo giro in Galles saranno sì le scogliere a picco sul mare, sì i castelli con le torri, i merli e i ponti levatoi, ma quello che proprio ricorderò di più sarà la sensazione della prima volta che ho guidato sulle strade britanniche.

Quel sabato mattina, sono partita da Manchester con l’auto italiana di mia sorella, da sola, senza mappe, senza internet sul cellulare, solo quattro nomi in testa che dovevano portarmi fino ad Anglesey, l’isola all’estremità nord-occidentale del Galles. L’auto aveva tutti i comandi al loro solito posto, almeno questo, ma ho dovuto ribaltare tutti gli automatismi. In autostrada è facile: segui il flusso e anziché stare a destra stai a sinistra; solo qualche difficoltà nei sorpassi perché non si vede niente. Le vere sfide sono le svolte: destra largo e sinistra stretto… ed è facile a dirsi! Poi le rotonde: ho guardato a destra e a sinistra mille volte perché continuavo a non essere proprio proprio sicura di sapere da dove arrivassero le altre macchine. E infine, l’ebbrezza di trovarsi da soli su una stradina sperduta e avere sempre e comunque la sensazione di andare incontro a un inesorabile frontale.

Nelle prossime immagini:
:: Beumaris Castle
:: South Stack cliffs and lighthouse
:: Trearddur Bay
:: Caernarfon Castle
:: Conwy Castle

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Aprile, diario 4/12

Iperattività, sonno e pallini colorati.
Ecco, io le inquietudini, le preoccupazioni e i grovigli li combatto così.
Parola d’ordine: impedire ai pensieri di infilarsi sotto la pelle.
Buttarsi a capofitto nei progetti, dare uno scopo a ogni singolo istante, a costo di arrivare stanca morta a fine giornata. E poi dormire, lasciare che il corpo stremato si fermi a riposare lasciandogli la libertà di scegliere tempi e momenti: svenire sul divano alle sette appena tornata dal lavoro? Sì, certo. Passare la domenica mattina a letto e dormire ancora dopo pranzo sull’erba del parco? A volte è quasi una necessità.
In alternativa, si può sempre unire i pallini colorati: rompicapi e puzzle per me rappresentano una potente forma di meditazione. Qualche minuto di distrazione totale e di assoluta concentrazione per staccare dai pensieri e riprenderli, dopo, con un altro sguardo.

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Manchester

Manchester. Dov’è esattamente? Ah, così a nord? Il confine con la Scozia è a 200 chilometri (ma è così grande l’Inghilterra?) e Liverpool è veramente vicina. Ma pensa…
Manchester è una città di mattoni rossi vicino ai quali sono sorte strutture in vetro e acciaio. Le vecchie fabbriche del centro sono diventate centri commerciali, centri culturali e abitazioni. Storia e modernità si alternano e si ricorrono e la neogotica Rylands Library condivide la piazza con il super moderno negozio di Armani. È una città apparentemente omogenea: il centro, Northern Quarter, Chinatown e il gay village si distinguono soprattutto per le insegne, i negozi e i locali. I luoghi più caratteristici sono i canali navigabili che determinarono lo sviluppo industriale dell’area: si passeggia fra le houseboat, i tavolini dei pub, le aiuole di daffodils fioriti e le grosse oche, mentre nuovi ponti aiutano a districarsi in questo labirinto di scalette e passerelle. Le persone vanno e vengono impegnate, si percepisce attività, fervore, lavoro, anche nelle ampie vie commerciali, sembra che tutti abbiano uno scopo. Il grattacielo dell’Hilton hotel svetta come una freccia isolata: basta guardarlo e sai dove sei. Alla sera ci si sposta sui Salford Quays, fuori città: lo storico stadio, gli uffici della BBC, teatri,  musei e due grandi ponti. I locali notturni e i ristoranti animano l’atmosfera resa già unica dagli effetti delle luci colorate che si riflettono sull’acqua.

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Marzo, diario 3/12

Marzo è cominciato in una sera di pioggia battente. Mi sono rifugiata al Caffè della Caduta per assistere allo spettacolo di un amico. Vecchi arredi, un piccolo teatrino sul retro, atmosfera bohémien e una compagnia ciarliera: un ottimo posto per aspettare la primavera.

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Poi, prontamente, la primavera è arrivata, con quella vibrazione speciale, come se tutto fosse lì lì per esplodere.

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Nel frattempo, la mia famiglia ha cominciato a tirare fuori vecchie diapositive e vecchi negativi, complici un aggeggio che li converte in digitale e soprattutto l’attività temporaneamente monomaniaca di mio padre. Ed ecco rispuntare i volti di tutti noi, poco meno di trent’anni fa, tra ritratti ufficiali, scatti rubati e situazioni imbarazzanti. Sono sicura che questi ultimi siano stati messi da parte nel caso sia necessario un ricatto: sotto chiave ma prontamente a disposizione.

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E alla fine io sono partita per Manchester, per un rapido cambio d’aria e di orizzonti, proprio per ritrovare una parte della mia famiglia che adesso abita lì.

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Non più inverno, non ancora primavera

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Mi piace andare in montagna in questo periodo dell’anno, quando le giornate già si allungano e il sole abbacinante fra brillare la neve ormai compatta. Mi piace camminare nei boschetti e godere dell’aria ancora freddissima che si infila nelle narici e rigenera ogni più remota cellula del mio corpo. C’è un’energia che erode da sotto lo spesso strato ghiacciato e presto esploderà facendolo scomparire.

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Febbraio, diario 2/12

Tanto per cominciare, febbraio ha alternato splendide giornate di sole a orribili giornate di pioggia; ma è stato democratico nello sparpagliarle a caso tra weekend e giorni lavorativi. Se solo avesse fatto un poco più freddo, ci sarebbe stata tanta tanta tanta neve! Intanto, le giornate hanno cominciato ad allungarsi e la sera è più luminosa.

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Ma smettiamola di parlar del tempo. E non dirò neanche che febbraio è stato un mese buono anche dal punto di vista dei progetti lavorativi, perché sono cose noiose che interessano soltanto me. Sul versante sociale, culturale, ludico, etc, invece, ci sono delle cose interessanti da raccontare; a partire dal fatto che ho visto degli amici, che non vedevo da molto tempo, che hanno viaggiato per altri continenti e sono tornati con tante storie. E ho passato anche più tempo con mia nonna, che, nonostante sembri sempre più piccola alla soglia dei suoi novant’anni, anche lei ha sempre delle storie per me, sempre che si abbia il tempo di aspettare che prima si sia lamentata di tutti i suoi malanni.

Poi la solita decina di film al cinema, tra i quali A proposito di Davis – che è finito proprio nel momento in cui mi sembrava ingranasse – e Moonrise Kingdom – che mi ero malauguratamente persa l’anno scorso. Ma nel frattempo, sono caduta nel gorgo di Homeland, la serie tv, quella sul terrorismo, fino a guardarne due, tre puntate a sera, maledicendomi la mattina successiva. Ora è finita, e io sono guarita. Come se non bastasse, un amico ha allestito una fantastica sala cinema in casa sua, e ha organizzato un cena+cine al quale partecipa un sacco di gente simpatica: quest’abitudine è appena cominciata.

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A proposito di cena, una sera ho provato a fare una zuppa con il verde di un mazzo di carote fresche. Sembrava così bello che ho pensato: perché buttarlo? Allora l’ho lessato insieme a una carota e a una patata, e alla fine ho frullato tutto insieme. Sapeva di erba, con un vago retrogusto di carota. L’ho migliorato con della feta e dei crostini, ma direi che l’esperimento può ritenersi concluso. Peccato, mi ero sentita molto furba! E poi, ho comprato la composta di azuki, i fagioli giapponesi, per provare a fare un dolce, ma è ancora lì, in bella vista sul piano della cucina.

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Un esperimento che mi è piaciuto davvero tanto è stato la mostra di Alfredo Jaar, Abbiamo amato tanto la rivoluzione, alla Fondazione Merz. Immaginate uno spazio grande, non immenso, ma grande, e alto, diciamo dieci metri. Il pavimento è tutto ricoperto di vetri e specchi rotti, così tanti da formare uno spesso strato sul quale camminare, illuminato solo dai neon bianchi e rossi. I passi sono sonori e più lenti, mentre il fischio scomposto di un clarinetto suonato male dà un effetto totalmente straniante.

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E poi i panorami di febbraio, che hanno spaziato dalle montagne, in una giornata di sole limpido e aria gelida, alle colline morbide ricoperte di vigne, alle risaie in attesa di essere seminate di nuovo. Infine, il giardino di casa, che ho frequentato un poco più spesso, con gran gioia della mia famiglia, bestiole incluse.

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