Japan 2 / Tokyo, lo shintoismo e il caldo

Premessa: Tokyo si colloca sul 35° parallelo dell’emisfero settentrionale, il che significa che rimane un poco più a sud di Tunisi. Mediamente in agosto registra un’umidità del 90%, il che significa caldo infernale. Stando ai dati scientifici, la temperatura percepita di giorno si aggira in media sui 45 gradi. La terza verità sul Giappone a cui non siete preparati è che in estate il caldo è devastante. Per me è stato il caldo più orribile che abbia mai sperimentato. Tenetene conto se partirete nello stesso periodo: sarete costantemente sudati fradici, cotti dal sole e stanchi. Non vi chiederete più perché i giapponesi girano con l’ombrellino asciugandosi di continuo con pezze di spugna di mille colori, alle quali troverete negozi interamente dedicati.

Inutile dire che Tokyo è immensamente vasta, strutturata come una serie di zone satelliti del Palazzo Imperiale, come pianeti intorno al sole.
Il nostro giro è partito dal Parco di Ueno, tra i cercatori di Pokemon e le cicale che friniscono e fanno la muta, sulle rive dello Shinobazuno, che sembra un prato ma in realtà è un lago o meglio una distesa di fiori di loto.

Non molto lontano, ad Asakusa, il Sensō-ji è il luogo di venerazione più antico della città. È qui che ho cominciato a cercare di capire qualcosa dello shintoismo che, semplificando estremamente, è una religione politeistica che mescola animismo e buddhismo e che, all’atto pratico si esprime con una serie di rituali per mettersi in relazione con la divinità, che siano i Kami oppure Buddha. E quindi via con le abluzioni purificatrici, i bastoncini di incenso per l’intelligenza, le preghiere scritte sulle tavolette dei desideri, gli ema, e la pesca dell’omikuji: se la predizione divina è cattiva, viene legata a un filo, nella speranza che la sorte avversa non si attacchi a chi ha aperto il foglietto.

Passiamo la fine del pomeriggio a riposare in cima ai cinquantaquattro piani della Mori Tower, a Roppongi, e io cerco di raccapezzarmi sulla geografia di questa metropoli. Il vento che soffia sopra alla città è appiccicoso di salsedine, ma almeno rinfresca. Osservo il panorama fin dove la foschia lo consente, seguendo le strade con le dita sulla mappa e dando un nome ai parchi e agli edifici che mi saltano all’occhio. C’è una struttura arancione che somiglia tanto alla Tour Eiffel: è la Tokyo Tower ed è l’osservatorio della città.

Il parco di Ueno e i fiori di loto dello Shinobazuno.
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I templi del parco di Ueno.
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Le abluzioni purificatrici.
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Gli ema, tavolette dei desideri.
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Gli omikuji cattivi.
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La via delle bancarelle di Asakusa tra i due portali d’accesso: il Kaminarimon e l’Hōzōmon.
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Tra la folla c’è un profumo intenso dei dolci di riso.
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L’Hōzōmon Gate dà accesso al Sensō-ji.
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Il fumo denso dell’incenso protegge la testa e sviluppa l’intelligenza.
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Il rito della pesca dell’omikuji.
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Anche gli uomini usano il kimono e anche gli uomini portano la borsetta.
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Le raffigurazioni di Jizo sono spesso addobbate con cappellini e bavaglini rossi.
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Le studentesse in divisa non sono un’invenzione dei cartoni animati.
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Questi personaggi fuori da un sala da tè ci hanno mostrato i loro tatuaggi. Nella società il tatuaggio è l’elemento che distingue i membri della Yakuza, la mafia giapponese.
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La Roppongi Hills Mori Tower dalla pancia di una Maman di Louise Bourgeois.
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La Tokyo Tower vista dalla Mori Tower.
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Japan 1 / Le prime verità a cui non siete preparati

I primi momenti in Giappone, li ho passati a cercare di capire dove mai fossi finita: era tutto così strano e al contempo così familiare. Certo, il lungo viaggio, il disordine spazio temporale e l’umidità soffocante non mi aiutavano; difficile, poi, orientarsi quando tutte le scritte sono incomprensibili. Mi sono ritrovata a fare uno di quei trip mentali che annichiliscono circa la mia posizione fisica sul pianeta, la testa in giù, i principi di geometria euclidea, le linee tangenti, la forza di gravità, il sistema solare, le costellazioni, l’universo. Insomma, quei pensieri che mandano un po’ fuori.
Per agevolare l’arrivo, avevamo scelto un hotel a Otsuka, una zona tranquilla a nord ovest del centro: l’importante era essere vicino a una stazione della Yamanote, la linea di metropolitana circolare che permette di arrivare un po’ dappertutto, a Tokyo. All’inizio, quel tratteggio grigio e bianco è stato la nostra ancora di salvezza nella lettura della mappa, che sembrava scoppiarmi in faccia ogni volta che la aprivo.
Nella nostra stanza al decimo piano avevo la sensazione di ondeggiare: era tutto quasi fermo, ma non abbastanza da non mettere in apprensione i sensori dell’equilibrio. L’architetto che è in me ha detto: “Tranquilla, è l’elasticità delle costruzioni antisismiche”. Il resto di me ha risposto: “Ommioddio, il terremoto!”.
Avevo bisogno di riposare.
Ma prima di cenare.
Ci siamo infilate fra i palazzoni di Ikebukuro, vie strette fra insegne fluo, musica assordante e impiegati di ritorno a casa vestiti tutti allo stesso modo, e abbiamo trovato posto ai tavoli di un locale tipico, due piani sottoterra e saturo di fumo, perché la prima verità a cui non siete preparati è che ai giapponesi è vietato fumare mentre camminano.
Io non vedevo l’ora di cominciare con la cucina giapponese e mi sono cimentata con le cose più curiose che ho trovato sul menu: tofu in pastella con nattō (ossia fagioli fermentanti filanti dal pungente gusto di gorgonzola), guance di pesce marinate, patate dolci con gelato. In realtà non avevo ordinato le patate per dessert, ma interpretare i menù giapponesi è davvero complicato – anche se si è così fortunati da trovare la descrizione in inglese oltre alle fotografie – e in ogni caso non è detto che ci si intenda con il cameriere, perché la seconda verità a cui non siete preparati è che i giapponesi, l’inglese, non lo parlano.

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