Japan 1 / Le prime verità a cui non siete preparati

I primi momenti in Giappone, li ho passati a cercare di capire dove mai fossi finita: era tutto così strano e al contempo così familiare. Certo, il lungo viaggio, il disordine spazio temporale e l’umidità soffocante non mi aiutavano; difficile, poi, orientarsi quando tutte le scritte sono incomprensibili. Mi sono ritrovata a fare uno di quei trip mentali che annichiliscono circa la mia posizione fisica sul pianeta, la testa in giù, i principi di geometria euclidea, le linee tangenti, la forza di gravità, il sistema solare, le costellazioni, l’universo. Insomma, quei pensieri che mandano un po’ fuori.
Per agevolare l’arrivo, avevamo scelto un hotel a Otsuka, una zona tranquilla a nord ovest del centro: l’importante era essere vicino a una stazione della Yamanote, la linea di metropolitana circolare che permette di arrivare un po’ dappertutto, a Tokyo. All’inizio, quel tratteggio grigio e bianco è stato la nostra ancora di salvezza nella lettura della mappa, che sembrava scoppiarmi in faccia ogni volta che la aprivo.
Nella nostra stanza al decimo piano avevo la sensazione di ondeggiare: era tutto quasi fermo, ma non abbastanza da non mettere in apprensione i sensori dell’equilibrio. L’architetto che è in me ha detto: “Tranquilla, è l’elasticità delle costruzioni antisismiche”. Il resto di me ha risposto: “Ommioddio, il terremoto!”.
Avevo bisogno di riposare.
Ma prima di cenare.
Ci siamo infilate fra i palazzoni di Ikebukuro, vie strette fra insegne fluo, musica assordante e impiegati di ritorno a casa vestiti tutti allo stesso modo, e abbiamo trovato posto ai tavoli di un locale tipico, due piani sottoterra e saturo di fumo, perché la prima verità a cui non siete preparati è che ai giapponesi è vietato fumare mentre camminano.
Io non vedevo l’ora di cominciare con la cucina giapponese e mi sono cimentata con le cose più curiose che ho trovato sul menu: tofu in pastella con nattō (ossia fagioli fermentanti filanti dal pungente gusto di gorgonzola), guance di pesce marinate, patate dolci con gelato. In realtà non avevo ordinato le patate per dessert, ma interpretare i menù giapponesi è davvero complicato – anche se si è così fortunati da trovare la descrizione in inglese oltre alle fotografie – e in ogni caso non è detto che ci si intenda con il cameriere, perché la seconda verità a cui non siete preparati è che i giapponesi, l’inglese, non lo parlano.

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