Japan 3 / Tokyo ha un cuore verde, uno rosa e uno nero

E di come l’ho scoperto in una sola giornata.

Il cuore di Tokyo è il Palazzo Imperiale, protetto da una cinta di mura e da un fossato abitato da alghe dall’aria minacciosa. Tokyo ha un cuore verde, e non solo perché il Palazzo Imperiale è immerso in un parco sconfinato, ma perché sono tanti i giardini nel centro della città. E sono tanto vasti da farti dimenticare di essere in una delle metropoli più popolose al mondo: tredici milioni di abitanti e non sentirli.
È la sensazione che ho provato entrando nel parco che circonda il Meiji Jingu, il grande santuario shintoista con i tetti di rame ossidato. Uscendo dalla stazione di Harajuku, si prende a destra, lasciandosi alle spalle l’orda di ragazzine dirette a Takeshita Dori, e si viene ingoiati da questa foresta tramite un torii gigante, un portale realizzato con un solo cipresso vecchio di millecinquecento anni. Da quel punto, la strada porta fino al tempio e poi si dirama in sentieri sempre più piccoli sotto le chiome che nascondono i grattacieli.
Poco distante, anche i giardini di Shinjuku Gyoen mi hanno accolta con la loro vegetazione ordinata e rassicurante, le case da tè, i ponticelli e i laghetti. Le grosse carpe, che sfiorano il pelo dell’acqua come piccoli squali, smorzano tutta questa soavità.

Se, invece, alla stazione di Harajuku si prende a sinistra e si segue l’orda di ragazzine si entra dritti nel cuore rosa di Tokyo: Takeshita Dori, un intrico di strette vie brulicanti di adolescenti esaltati, musica assordante, paccottiglia, vestiti e tanti tanti dolci. È il centro della cultura teenager. Un inferno di zucchero filato.
Spingendosi oltre, con mio grande sollievo, si arriva a Omotesando, una lunga via dove le maggiori case di moda hanno costruito i loro showroom, dando vita a una sorprendente sfilata di architettura contemporanea.

Il cuore nero di Tokyo, poi, l’ho trovato a Kabukichō, appena fuori dalla stazione di Shinjuku: un formicaio illuminato a giorno dalle insegne colorate e stroboscopiche, dove si concentrano locali notturni, ristoranti, bar, love hotel, club, e locali a luci rosse, tutti per la maggior parte in mano alla Yakuza. Lì, sotto ai grattacieli arroganti, si nasconde il Golden Gai, un oscuro grumo di microscopici bar, più di duecento, che possono ospitare cinque o sei clienti per volta, dove solo gli habitué sono i benvenuti e dove l’atmosfera è surreale e inquietante.

Il torii gigante dà accesso al parco del Meiji Jingu.
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Il Meiji Jingu con i suoi tetti in rame ossidato.
279 Japan281 Japan294 JapanUn sacerdote del Meiji Jingu.
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Il giardini di Shinjuku Gyoen.
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Il Kyu Goryotei, anche detto padiglione taiwanese.
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La moda delle teenager.
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L’ingresso a Takeshita Dori.
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Nuvole enormi di zucchero filato (e la geniale plastica per non inzaccherarsi le mani).
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Omotesando Hills, di Tadao Ando.
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Dior, di Sanaa.424 Japan430 Japan

Keyaki Building, di Norihiko Dan, vicino a Tod’s di Toyo Ito.
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Prada Aoyama, di Herzog & De Meuron (il mio preferito).
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Le insegne illuminano l’ingresso di Kabukichō dal lato della stazione di Shinjuku.
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L’atmosfera surreale del Golden Gai.513 Japan.JPG516 Japan

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Japan 2 / Tokyo, lo shintoismo e il caldo

Premessa: Tokyo si colloca sul 35° parallelo dell’emisfero settentrionale, il che significa che rimane un poco più a sud di Tunisi. Mediamente in agosto registra un’umidità del 90%, il che significa caldo infernale. Stando ai dati scientifici, la temperatura percepita di giorno si aggira in media sui 45 gradi. La terza verità sul Giappone a cui non siete preparati è che in estate il caldo è devastante. Per me è stato il caldo più orribile che abbia mai sperimentato. Tenetene conto se partirete nello stesso periodo: sarete costantemente sudati fradici, cotti dal sole e stanchi. Non vi chiederete più perché i giapponesi girano con l’ombrellino asciugandosi di continuo con pezze di spugna di mille colori, alle quali troverete negozi interamente dedicati.

Inutile dire che Tokyo è immensamente vasta, strutturata come una serie di zone satelliti del Palazzo Imperiale, come pianeti intorno al sole.
Il nostro giro è partito dal Parco di Ueno, tra i cercatori di Pokemon e le cicale che friniscono e fanno la muta, sulle rive dello Shinobazuno, che sembra un prato ma in realtà è un lago o meglio una distesa di fiori di loto.

Non molto lontano, ad Asakusa, il Sensō-ji è il luogo di venerazione più antico della città. È qui che ho cominciato a cercare di capire qualcosa dello shintoismo che, semplificando estremamente, è una religione politeistica che mescola animismo e buddhismo e che, all’atto pratico si esprime con una serie di rituali per mettersi in relazione con la divinità, che siano i Kami oppure Buddha. E quindi via con le abluzioni purificatrici, i bastoncini di incenso per l’intelligenza, le preghiere scritte sulle tavolette dei desideri, gli ema, e la pesca dell’omikuji: se la predizione divina è cattiva, viene legata a un filo, nella speranza che la sorte avversa non si attacchi a chi ha aperto il foglietto.

Passiamo la fine del pomeriggio a riposare in cima ai cinquantaquattro piani della Mori Tower, a Roppongi, e io cerco di raccapezzarmi sulla geografia di questa metropoli. Il vento che soffia sopra alla città è appiccicoso di salsedine, ma almeno rinfresca. Osservo il panorama fin dove la foschia lo consente, seguendo le strade con le dita sulla mappa e dando un nome ai parchi e agli edifici che mi saltano all’occhio. C’è una struttura arancione che somiglia tanto alla Tour Eiffel: è la Tokyo Tower ed è l’osservatorio della città.

Il parco di Ueno e i fiori di loto dello Shinobazuno.
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I templi del parco di Ueno.
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Le abluzioni purificatrici.
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Gli ema, tavolette dei desideri.
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Gli omikuji cattivi.
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La via delle bancarelle di Asakusa tra i due portali d’accesso: il Kaminarimon e l’Hōzōmon.
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Tra la folla c’è un profumo intenso dei dolci di riso.
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L’Hōzōmon Gate dà accesso al Sensō-ji.
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Il fumo denso dell’incenso protegge la testa e sviluppa l’intelligenza.
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Il rito della pesca dell’omikuji.
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Anche gli uomini usano il kimono e anche gli uomini portano la borsetta.
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Le raffigurazioni di Jizo sono spesso addobbate con cappellini e bavaglini rossi.
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Le studentesse in divisa non sono un’invenzione dei cartoni animati.
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Questi personaggi fuori da un sala da tè ci hanno mostrato i loro tatuaggi. Nella società il tatuaggio è l’elemento che distingue i membri della Yakuza, la mafia giapponese.
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La Roppongi Hills Mori Tower dalla pancia di una Maman di Louise Bourgeois.
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La Tokyo Tower vista dalla Mori Tower.
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Il caffè, lo vuole liscio?

«Il caffè, lo vuole liscio?». «Sì, almeno quello».
Benvenuti in Friuli.

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Cividale del Friuli: tutto come lo ricordavo.

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Il colore incredibile del Natisone.

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Immersione tra i Longobardi, tra Tempietto e Museo Archeologico.
Rotari, chi era costui?

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Frico e polenta. Mi trovate di là, ciao.

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Gubana generosamente innaffiata da Slivowitz.

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Il Ponte del Diavolo, diabolicamente costruito su un pietrone.

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Udine. Il Giardin Grande.

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È primavera anche sulla salita per il Castello.

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Piazza Libertà: la loggia di San Giovanni, la fontana del Carrara e il Battistero del Duomo.

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E venne l’arcangelo Michele con un kriss. Tiepolo aveva le idee confuse.

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Quasi come un nastro di Möbius.

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Piazza Matteotti: posto del cuore.

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Mandi!

Japan 1 / Le prime verità a cui non siete preparati

I primi momenti in Giappone, li ho passati a cercare di capire dove mai fossi finita: era tutto così strano e al contempo così familiare. Certo, il lungo viaggio, il disordine spazio temporale e l’umidità soffocante non mi aiutavano; difficile, poi, orientarsi quando tutte le scritte sono incomprensibili. Mi sono ritrovata a fare uno di quei trip mentali che annichiliscono circa la mia posizione fisica sul pianeta, la testa in giù, i principi di geometria euclidea, le linee tangenti, la forza di gravità, il sistema solare, le costellazioni, l’universo. Insomma, quei pensieri che mandano un po’ fuori.
Per agevolare l’arrivo, avevamo scelto un hotel a Otsuka, una zona tranquilla a nord ovest del centro: l’importante era essere vicino a una stazione della Yamanote, la linea di metropolitana circolare che permette di arrivare un po’ dappertutto, a Tokyo. All’inizio, quel tratteggio grigio e bianco è stato la nostra ancora di salvezza nella lettura della mappa, che sembrava scoppiarmi in faccia ogni volta che la aprivo.
Nella nostra stanza al decimo piano avevo la sensazione di ondeggiare: era tutto quasi fermo, ma non abbastanza da non mettere in apprensione i sensori dell’equilibrio. L’architetto che è in me ha detto: “Tranquilla, è l’elasticità delle costruzioni antisismiche”. Il resto di me ha risposto: “Ommioddio, il terremoto!”.
Avevo bisogno di riposare.
Ma prima di cenare.
Ci siamo infilate fra i palazzoni di Ikebukuro, vie strette fra insegne fluo, musica assordante e impiegati di ritorno a casa vestiti tutti allo stesso modo, e abbiamo trovato posto ai tavoli di un locale tipico, due piani sottoterra e saturo di fumo, perché la prima verità a cui non siete preparati è che ai giapponesi è vietato fumare mentre camminano.
Io non vedevo l’ora di cominciare con la cucina giapponese e mi sono cimentata con le cose più curiose che ho trovato sul menu: tofu in pastella con nattō (ossia fagioli fermentanti filanti dal pungente gusto di gorgonzola), guance di pesce marinate, patate dolci con gelato. In realtà non avevo ordinato le patate per dessert, ma interpretare i menù giapponesi è davvero complicato – anche se si è così fortunati da trovare la descrizione in inglese oltre alle fotografie – e in ogni caso non è detto che ci si intenda con il cameriere, perché la seconda verità a cui non siete preparati è che i giapponesi, l’inglese, non lo parlano.

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Malta

C’è un momento alla fine dell’inverno in cui cominciamo a fantasticare di essere altrove, possibilmente un luogo caldo, ricco di aria salata e dove il nostro corpo possa fare il pieno di vitamina D. Prendiamo una carta del Mediterraneo e scegliamo un posto dove andare a maggio, per un weekend, dove nessuna delle due sia ancora stata, dove i nostri arrivi e partenze possano essere il più possibili coordinati. Scegliamo: andiamo a Malta.
Come ho già scritto, atterrando sull’isola, Malta mi è apparsa come una fetta di pane spalmata di miele, appoggiata su una tovaglia blu appena un po’ stropicciata. Colpita da questa immagine, ho pensato che non sarei rimasta delusa.
Facendo base in una casa tipica nel cuore di Valletta, abbiamo attraversato l’isola in lungo e in largo immerse nell’aria gelata dei pullman, e in tre giorni siamo riuscite a fare tanto di quello che ci andava. Io sono stata contenta per le passeggiate nella natura ruvida e selvaggia, tu per le dormite al sole, tutte e due per la tranquillità e i piatti di pesce, e anche perché ci siamo tuffate insieme dalla scogliera: non abbiamo chiesto a nessuno di farci una fotografia, ma per tutte e due rimarrà un ricordo forte al di là del tempo e dello spazio.

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Abbiamo dormito qui e ci siamo trovate benissimo > Maisonnette Valletta [Air BnB]
Abbiamo mangiato qui e ci torneremmo domani > D’Office Bistrot [Valletta], Giulia [Valletta], Filippo [Marsaxlokk].

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La spiaggia di Għajn Tuffieħa e Ġnejna Bay.2016-malta-92016-malta-22016-malta-12016-malta-52016-malta-42016-malta-62016-malta-72016-malta-8

Valletta, il nuovo Parlamento e le verande tradizionali.
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Marsaxlokk, le barche dei Fenici e il mercato del pesce.
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Saint Peter’s Pool, i tuffi e le antiche saline.
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Mdina, le vie silenziose e le bouganville.
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Comino, la Crystal lagoon e le scogliere.
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Paris sera toujours Paris

È possibile innamorarsi di una città? Parlo di un sentimento diverso della nostalgia. Ci sono posti che ho visto nel mondo per i quali provo il desiderio di tornare, ma per Parigi è un’altra cosa: a me capita di sentire un cambio di battito quando penso a Parigi. È un pensiero che dà gioia e mi piace che rimanga sospeso, che si mantenga puro e incontaminato. Non ho mai immaginato di andarvi a vivere, ma le volte in cui ci sono stata è successa una cosa che qualcun’altro è riuscito a descrivere meglio di quanto farei io.

Innamorarsi di una città significa sentire, quando la si percorre, che si dissolvono i limiti materiali tra il tuo corpo e le sue strade – Paul B. Preciado

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Notre-Dame arrivando dal Pont Saint-Louis.

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Nei bistrot, le sedioline sono fitte e rivolte tutte dalla stessa parte.

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Acqua e gas a tutti i piani.

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La distesa di comignoli rossi, assiepati come tanti personaggi.

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Un uomo lancia briciole ai piccioni nella piazza del Beaubourg.

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Il panorama dal sesto piano del Centre Pompidou.

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Il Centre Pompidou, come in un videogioco.

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Sopra le chiome degli alberi in Place des Vosges.

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La pelouse verde smeraldo in tutte le stagioni.

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Il sole splende sempre in Place des Vosges.

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Il giardino del Palais Royal.

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Les Deux Plateaux di Daniel Buren.

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Il Louvre e il Passage Richelieu visti dal Palais Royal.

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Avenue de l’Opera / tutto dove ti giri è un tuffo al cuore.

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Place du Carrousel.

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Hai detto Tour Eiffel? Ne abbiamo di tutte le dimensioni.

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Le mitiche seggioline delle Tuileries.

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La ruota panoramica si riflette nelle pozzanghere.

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Laggiù c’è Place de la Concorde.

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Per uno strano effetto ottico, la Tour Eiffel sembra più vicina di quello che è nella realtà.

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Boulevard de la Madeleine.

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La Promenade Plantée, o Coulée Verte, corre verdissima verso la periferia est, sul tracciato della ferrovia sopraelevata dismessa.

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Il commissariato centrale della polizia di Parigi nel 12eme arrondissement, dalla Promenade Plantée.

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Case affacciate sul Père Lachaise.

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Un peperone su una tomba ebraica / ma perché?

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Nel Père Lachaise ci si potrebbe perdere per ore.

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La chiesa del Sacré-Cœur vista dal Boulevard Haussmann.

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Un passaggio nascosto: Cour du Commerce Saint-André.

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La Pyramide du Louvre.

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La Tour Eiffel come un faro, porto sicuro per i naviganti.

il Deccan #9 / Aihole, Pattadakal e Badami

Aihole, Pattadakal e Badami: villaggi del profondo Karnataka cresciuti attorno a monumenti straordinari, molto antichi e poco conosciuti. Dietro le recinzioni del Durga temple, attorno alle aiuole verdissime dei templi della dinastia Chalukya, tosate con precisione inglese, ai piedi delle siepi regolari delle grotte di Badami, si raggruppano case di fango e lamiera, baracche di legno simili ad armadi che ospitano i negozi, i barbieri, le stirerie. Le donne riempiono d’acqua le anfore di latta e plastica e lavano i panni sulle radici di un banian. I bambini chiedono caramelle oppure matite e penne. Sospesi nel tempo, così lontani dalla nostra cultura e dalla nostra immaginazione, mentre noi visitiamo i siti archeologici, li ammiriamo, ci interroghiamo sulla loro storia e sulle tecniche di costruzione, siamo sorpresi che siano abitati da galli, serpenti, capre e scimmie, e ci compiaciamo del fatto che siano considerati Patrimonio dell’Umanità. L’umanità, il lato umano che emerge in questo contrasto straniante.

Il mio viaggio in India si conclude qui sotto la pioggia battente, sulle strade della campagna deserta, tra le agavi e le distese di girasoli appesantiti, i covoni e gli spaventapasseri, le donne in sari che trasportano fagotti in cima alla testa o che accompagnano le vacche, i trattori adorni e i carri trainati da buoi con le corna dipinte. Il monsone arriva con grandi nuvole viola, l’acqua si abbatte fitta e incessante. Passa e se ne va, lasciando i prati più verdi, i campi più neri, le nuvole di nuovo bianche e infine un tramonto oro e rosa.

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